live @ Torino Beach, tra la via emilia e il west

Chiudendo cerchi

Se, su un foglio, disegni un cerchio a matita, chiuderlo è un gioco. Ci metti un secondo, metti a fuoco il punto di inizio et voilà, con un attimo di destrezza, unisci il punto di inzio con un unico tratto, tondo perfetto. Il cerchio e chiuso e puoi seguire quella forma perfetta con gli occhi all’infinito, nella sua assoluta permanenza, serenza, statica.

Ciudere i cerchi, nella vita, è un po’ più complessi. La matita si spunta, la strada è tanta, la concentrazione si perde.

Ad aprile del 2014, in un momento abbastanza buio della mia vita, decisi di provare a digerire quello che mi stava succedendo intraprendendo un viaggio a pieidi. Fu una scelta a caso, consigliata en passant da una amica che osannava un viaggio a piedi fatto anni prima con le sue bimbe, e dei simpatici asinelli. Tanto per fare qualcosa, purché quel qualcosa fosse un cambiamento di scenario, presi lo zaino e partii. In quel viaggio conobbi una persona. o meglio ne cobbi tante (alcune delle quali mi sono rimaste amiche da allora), ma ‘quella persona’, pur non sapendolo e non immaginandolo, credo, mi cambiò la prospettiva. Continue reading “Chiudendo cerchi”

kendo & jappy

800 km di kirikaeshi… (alias stage di Ravenna 2015)

Abitare a Torino, può essere scomodo. Specie se decidi di andare ad uno stage di kendo a Ravenna.

Tragica alba di sonno sulla Torino Piacenza.
Tragica alba di sonno sulla Torino Piacenza.

Ti stropicci gli occhi prima dell’alba, prendi il tuo esoscheletro (sisi, si chiama bogu, o armatura… a me sembra sempre di più l’esoscheletro lucido di un qualche insettone…), gli shinai, un cambio e ti schianti in autostrada, per ore. Guida e ri-guida riesci a raggiungere – nonostante l’immancabile ingorgo a Bologna – la ridente cittadina di Ravenna e, udite udite!, anche a trovare la palestra.

raving
tipico sguardo da ‘raving rabbids’ del kendoka europeo durante il rosario di kirikaeshi alla coreana

Sei però ovviamente in ritardo (nota per la prossima vita: partire il venerdì sera può essere più sano…), ti cambi di corsa, vieni catapultato dentro il bogu e ti trovi, da sdraiato in macchina ad ascoltare i pink floyd, in piedi sudato e buffante a far kirikaeshi. Tempo di transizione di stato: 2 minuti netti. Stato fisico-emotivo: shock, profondo shock. Alla fine del secondo giro di kirikaeshi sei sveglio, sveglissimo, anzi iperattivo e con l’occhietto destro che trema in pieno stile ‘
raving rabbids’.

Si perché lo stile coreano, applicato a degli europei – per lo più non di primo pelo – ha l’effetto raving rabbids assicurato. Il maestro Kim, infatti, ha improntato il lavoro sulla velocità, la precisione e la scioltezza dei movimenti, imponendo ritmi di lavoro decisamente sostenuti. Così, per scaldare l’ambiente si parte con un fantasioso rosario di varianti di kirikaeshi e vasche eterne. La giornata poi si dipana con esercizi di hiki-waza sempre più complessi, e comunque a ritmi sostenutissimi, in un crescendo di velocità e fatica che si è trasformato via via in un jigeiko abbastanza frenetico. Ho temuto più volte di cadere a terra morta, di fatica, e ho il serio dubbio che il sempai che praticava con me, abbia avuto la stessa paura. La giornata è finita con il jigeiko di rito finale, a cui avrei voluto arrivare un po’ più lucida, ma comunque felice di essere riuscita a stare grossomodo al passo di tutta la giornata (e vi assicuro che, da kyusha, è stato tutto fuorché banale) e di essere persino riuscita a capire buona parte di quello che succedeva e magari aver anche imparato qualcosa.

ravenna_geiko
jigeiko libero di sabato

La serata si è chiusa in relax, in spiaggia. Tra carne (e verdure) alla griglia, birra e chiacchiere con i vecchi (i ragazzi del Musokan nel mio caso, che mi hanno drogata di kendo un anno esatto fa) e i nuovi amici del kendo. Qualcuno è stato anche così eroico da concedersi un bagno, nonostante l’arietta non proprio calda, il mare nero come il velluto e la stanchezza. Bravi! Braviiiii! La prossima volta lo faccio anche io. Mi porto il salvagente con la paperella.

Mi sono però portata materassino e saccapelo, utilissimo la notte sul pavimento della parrocchia che ci ha gentilmente ospitati…

ravenna_general
pronti a ri-partire

Il giorno dopo, per grazie ricevuta, lo stage è proseguito separando i kyusha dal resto del mondo, e affidando i primi alle mani esperte di Livio Lancini. Non sono mai stata così felice in vita mia di essere una schiappa del kendo. Abbiamo passato la giornata ripassando i fondamentali e facendo un interessantissimo lavoro mirato a stimolare la naturalezza e la scioltezza del movimento sia delle braccia che delle gambe dando una grande importanza al fluire in avanti dell’andatura. I ritmi sono stati un po’ più tranquilli del giorno precedente, ma il lavoro è stato sicuramente più alla portata – e probabilmente più proficuo – di noi ‘piccoli’. Al jigeiko di fine giornata, domenica, ero ancora in grado di ragionare, ed è, di fatto, andata meglio.

Foto di rito, foto cazzare con gli amici (i soliti di cui sopra), doccia e via, in autostrada verso Torino. Un’Odissea tormentata da pioggia, incidenti, code e draghi. Siamo rientrati a mezzanotte, circa, provati, parecchio provati, qua e là lividi, e felici (forse).

ravenna_friends
i ragazzi del Musokan!! E’ colpa loro se faccio kendo.
ravenna_all
tutti assieme appassionata (e stremata) mente.
ravenna_girls
il gentil sesso del kendo, non necessariamente il sesso debole…

Dalle lezioni di Kim porto a casa l’idea di un kendo profondamente diverso da quello giapponese: molto più istintuale e di contatto di quello giapponese. Un kendo che forse mi piace un po’ meno, o che quanto meno trovo inusuale, spiazzante. Rubo anche la consapevolezza di avere dei limiti molto più lontani di quello che credevo, sia in termini fisici che in termini tecnici. Dalle lezioni col Lancini, invece, porto a casa tantissime cose utili nell’immediato: la serenità, la testa vuota, e la leggerezza del kendo nel complesso. Non sembra, ma è davvero molto e spero di riuscire a farne buon uso.

Grazie, dentro e fuori dal kendo, a tutti.

ravenna_piedi
i miei piedi ringraziano un po’ meno…
zaino in spalla e via viandare

Cosa mi metto sulla schiena oggi…

Negli ultimi quattro anni ho girato, nei miei trek e hike ‘leggeri’ con un Regatta Survivor 35L. Malcontati, con questa carogna addosso, ci ho fatto all’incirca 300 km. L’avevo preso al mercato di ferragosto di Pragelato, per rimpiazzare al volo un The North Face fuggito con il mio ex-xompagno di vita (ora ex-ex-ex…). Avevo bisogno di uno zaino per qualche giretto leggerissimo in montagna, quello c’era e probabilmente per l’uso che dovevo farne in quel periodo preciso, era anche adeguato, nonché a modico prezzo.

foto cortesia di Giorgio Michelin
Io e il Regatta in Altante (foto cortesia di Giorgio Michelin

Poi quello stesso Regatta l’ho cominciato a portare in giro ‘sul serio’ ben sapendo che l’oggetto aveva tanti, troppi limiti (pesante con schienale morbido e completamente a contatto con la schiena, inasciugabile una volta sudato, scomodo sul seno). Un po’ per prigrizia, un po’ per carenza di fondi, un po’ perché per l’ennesima volta pensavo che avrei ripreso a camminare meno, quello stesso zaino me lo sono portato in spalla per hike e trek anche impegnativi. Ogni volta lo ho odiato. In particolare lo ho odiato questa estate nei quasi 100 km camminati sull’Atlante in Marocco. Così sabato, sapendo che l’indomani sarei andata a fare un ‘piccolo’ (stica!) hike, quando mi sono imbatutta nel Lowe Alpine Airzone Pro 35-45 semplicemente l’ho portato a casa.

Sarò banale, ma gli zaini per me sono Deuter o Lowe Alpine. Posso fare qualche eccezione (ed infatti ho avuto ed ho tuttora un The Northface Terra 65, che da 15 anni tiene il passo delle mie più pesanti scorribande, e soprattutto ha tenuto a suo tempo il passo della speleo), ma in prima battuta gli zaini che guardo sono quelli, i Deuter in primis. Sinceramente avrei valutato volentieri un Deuter Futura Pro 40 SL (affascinata dal Vari Flex System che monta e dalla progettazione completamente orientata al femminile).

Il Futura non c’era in negozio, e poi una fanciulla che di lavoro cammina e di cui mi fido pur avendolo non ne era entusiasta (ma questo può non voler dire nulla…). C’erano due Salewa (il Salewa Miage 35 e il Salewa Peutrey 42), marca a cui, essendo il mio primo zaino speleo stato appunto un Salewa (l’equivalente di un attuale Salewa Guide 50). I Salewa sono migliorati molto dal quelli della fine degli anni 90, ma ancora, secondo me, non sono ottimali per le schiene femminili, o per lo meno non lo sono per la mia schiena. Sono favolosamente leggeri (il Miage pesa 1 kg mentre il Peutrey pesa 680 gr), hanno cuciture dall’aspetto robusto, e ganci grossi che danno un’aria piuttosto solida (cosa che non era il mio vecchio zaino). A me comunque tirano, impacciano, fanno noia, ma è una questione di gusti, di struttura e di ‘noiosità’, che nulla toglie alla validità degli zaini, che in molti amano.

Il Lowe di cui sopra è invece un signor zaino. Si aggira attorno al 1,5 kg, espandibile, spallacci compatibili con la struttura femminile (leggasi presenza di tette percettibile) sottili e leggeri, fascia ventrale leggera, ma comodissima, lunghezza dello schienale regolabile, schienale rigido e tenuto ben staccato dal corpo, tantissime tasche, accesso laterale, e altri gadgets. Poi è azzurro, da sempre il mio colore.

Alla prova del fuoco (tappa 14 del GTA) si è dimostrato all’altezza del nome e delle aspettative: sta addosso senza pesare, senza ingombrare e senza fiaccare… cosa si può volere di più? Ora nel mio futuro vedo trek e hike con la schiena felice…

zaino in spalla e via viandare

Tappa 14 del GTA (o D39 della Via Alpina rossa) : Balsigia – Laux / Usseaux (I, +, ++)

La tappa ‘reale’ prevede l’arrivo a Usseaux, cis i può fermare al lago del Laux, poco sotto, ugualmente felici. Ed è quello che io ho fatto…

Logistica: Conviene partire con due macchine, una da lasciare a Balsiglia, l’altra al Laux, o a Usseaux (oppure contare sull’autobus che percorre la statale del Sestriere . Per andare a Balsiglia, arrivati a Pinerolo prendere la statale del Sestriere SS23 e seguirla sino a Perosa Argentina, indi entrale in Val Germanasca seguendo le indicazioni Pomaretto / Prali SP169. Seguire le indicazioni per Massello SP170 prima e per Balsiglia poi. Fate attenzione l’SP170 è molto stretta e parecchio sconnessa. Per andare al Laux (o a Usseaux) Prendere la Statale del Sestriere da Pinerolo (o da Perosa Argentina) e girare poi, passata Fenestrelle seguendo le indicazioni per Laux, o Usseaux.

Quote / dislivelli: 1375 (Balsiglia) / 2713 (Colle dell’Albergian) / 1343 (Laux). Dislivello: (+1338 / – 1370)

Tempi: 8h circa, a cui vanno aggiunta la tappa pranzo e eventuali bagnetti nel torrente Germanasca.

KM: 17,5

Classificazione: ‘E’. Sentiero ben segnalato e ben tracciato, nessun particolare pericolo, richiede un minimo di allenamento e di preparazione all’alta montagna.

Opinione Personale: Escursione quasi impegnativa con paesaggi molto belli. Splendide le viste sulla cascata del Pis, sul monte Pelvo e sull’Albergian. Il bagno sotto la cascata del Pis è impagnabile (I, +, ++) (*)

Periodo – Ore consigliate: Preferibile da metà primavera a metà autunno. Si scelgano giornate non piovose e non precedute da giorni di pioggia, perché dubito che alcune salite piuttosto ripide e il losaio sotto le casematte del Moremut siano piacevoli nel fango le prime e magnate il secondo. E’ preferibile cominciare la salita da Balsiglia ragionevolmente presto (le 7, probabilmente) perché sino quasi alle bergerie del Laux (ovvero passato il colle) non c’è ombra. Davvero, non ce n’è.

Acqua potabile lungo il percorso: Si, sono presenti diversi corsi d’acqua, ragionevolmente potabili.

Sentieri: Giunti a Balsiglia parcheggiare oltre il ponte, ritornati alle case della frazione, il sentiero 216-GTA risale il
vallone sulla destra del torrente  prendendo quota più decisamente nella prima parte tra pascoli e coltivi. Toccati alcuni casolari (Clot del Mian m 1491) prosegue in modo più tranquillo attraversando le miande di Ciampas e Ortiaré m.1637 e le praterie sottostanti alla parete rocciosa delle cascate, dominate a Sud dall’imponente parete del Monte Pelvo. Proseguendo sempre sul sentiero 216, che volgendo a dx rimonta l’erta balza rocciosa, ripido e tortuoso  e in seguito con un lungo traverso verso dx, in lieve salita, in circa 2:15’ si perviene alle Bergerie del Lausoun m. 2000. (Circa a metà della salita il sentiero passa a fianco di un masso con una antica incisione rupestre che rappresenta un alce). Il sentiero svolta bruscamente a sx e in leggera salita con una lunga diagonale direzione del pianoro sovrastante la cascata  porta ad attraversare un ruscello e poi un tratto in forte pendenza uscendo  sul pianoro “Fun la Pla“ m 2200, sede di alpeggio. (una traccia di sentiero che scende ad attraversare il torrente, che poi precipita a valle, porta alle Bergerie del Valloncrò m 2150,ore 2:45- fontana).
Proseguendo lasciamo a sx il sentiero 217 che sale al Colle Arcano ed al bivio successivo in prossimità di un grosso masso a quota 2336 m incontriamo a dx il sentiero 218-GTA (segnato in bainco e rosso, e spesso indicato come B). La salita inizialmente moderata diventa difficoltosa e zizagando raggiungiamo i ricoveri militari di Moremout. Sempre in salita il sentiero raggiunge il Colle dell’Albergian- ore 4:30. Dal colle si scende nel vallone dell’Albergian, costeggiando Il Grand Miuls e l’Albergian stesso lungo il sentiero  S/314-GTA. La mulattiera si fa più agevole verso quota 2150 circa, e benché il paesaggio si faccia via via meno interessante cominviano ad apparire fontane. Si scende lungo dei tornanti fino al bivio per  la bergeria di Pra del Fondo, da cui poi parte – volendo – il sentiero 313 dei laghi dell’Albergian. Proseguendo verso valle per l’S/314-GTA ci si inoltra nel bosco di larici (dove occhieggiano sculture di legno e appaiono qua e là fontane e panvhine), si costeggiano e a partire dalla bergeria del Laux (1719) le roccie del Laux. Il sentiero diventa una strada bianca avvicinandosi al Laux e poi asfaltata in prossimità del paese. 3h15 circa.

bassiglia-usseaux

Note: se avete un amico, germanaschino, che vi dice facciamo un giretto tranquillo, non più di 1000 mt di dislivello, niente di ché. Traversiamo da Balsiglia al Laux… Mandatelo a cagare subito. I germanaschini sono così… saltellano su e giù dal colle del Pis da quando sono piccini, e per loro è l’equivalente di una sgambatina al parco dietro casa. Abbattetelo. Prendete la carta dei sentieri e rifatevi voi il conto del dislivello e dei chilometri. Grazie per il giro, comunque, fogghino.