tra la via emilia e il west

Gli amici, a volte, si ereditano

Ho una nuova amica, credo. L’ho eredita da uno dei miei angeli custodi bolognesi, quando lei – per lavoro – si è traferita a Torina, e l’amico, candidamente, mi ha chiesto di prendermene cura.

Ci andiamo a genio, è sveglia, allegra, solare. Mi ricorda maledettamente me, quando da Torino mi sono trasferii a Bologna, sei anni fa. Trovo analogie nel viaggio, nella voglia di fare, in quell’iperattività da adrenalina del cambiamento, nella voglia di essere liberi, indipendenti, autonomi. Lei è solare, però, mentre io, solare, non lo sono mai stata.

E’ divertente, mi è simpatica, cerco di aiutarla ad ambientarsi, anche se ho la netta sensazione che non si lacerà aiutare più di tanto (e questo le fa onore). Credo che sia un po’ stupita della mia disponibilità, ma in fondo, io so bene quale è la strada che sta percorrendo, quali sono le difficoltà, le differenze, i cambiamenti. So anche che, al di là dell’entusiasmo, non è una strada facile. Quindi, se posso. le do una mano, semplicemnte perché avrei veramente voluto che, quando mi trasferii io, qualcuno – anziché farmi terra bruciata attorno, avesse aiutato me. Continue reading “Gli amici, a volte, si ereditano”

tra la via emilia e il west

Se tu desideri di essere con qualcuno, non ci sei forse già?

<<Grazie per avermi invitato per il tuo compleanno!
La tua casa è distante mille miglia dalla mia, e io sono uno che si mette in viaggio solo quando ne vale la pena. Ebbene, ne val proprio la pena, se si tratta di prender parte alla tua festa.
Non vedo l’ora di essere da te!
Il mio viaggio è cominciato dentro il cuore di un piccolo uccello, un colibrì che conoscemmo insieme, io e te, tanto tempo fa. Lo trovai cordiale come sempre, anche stavolta. E tuttavia – quando gli dissi che la piccola Rae stava crescendo e che io stavo andando alla festa per il suo compleanno con un regalo lui rimase perplesso.
Per un pezzo badammo a volare in silenzio, e alla fine lui mi disse: “Ci capisco ben poco, in quel che dici, ma men che mai capisco come mai tu ci vada, a questa festa”.
“Ma sicuro che vado, alla festa” dissi io. “Cos’è che ti riesce tanto difficile da capire?”

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tra la via emilia e il west

Di sogni, presagi e consigli notturni

I sogni che meraviglia.

Nella mia vita mi è capitato di avere premonizioni e presagi nel sonno, ahimè di sciagure che poi si sono avverate. Ho sognato viaggi che avrei voluto fare e persone perse o lontane. Ho riassaporato il gusto e il piacere di cose perdute nel tempo. E a volte, nei sogni, mi do consigli.

L’ultima (o meglio la penultima volta) che ti ho sognato era dicembre del 2013. In una mansarda con grandi finestre triangolari, parlavi tenendo in mano Albert, l’orso di pezza. Ti guardavi attorno, un po’ scocciato e dopo un lungo momento di pausa, passato a fissare il peluche, hai esordito:

“Adesso basta, possiamo tornare a casa nostra ora?”

E lì ho capito, che, evidentemente, il mio subconscio mi parla chiaro, usando la tua immagina. Il mattino dopo o cominciato a preparare i fagotti. Dopo un anno, dopo una lunga epopea, io e Albert ci siamo sdraiati sul parquet di quella casa che fu nostra, per restarci.

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kendo & jappy

800 km di kirikaeshi… (alias stage di Ravenna 2015)

Abitare a Torino, può essere scomodo. Specie se decidi di andare ad uno stage di kendo a Ravenna.

Tragica alba di sonno sulla Torino Piacenza.
Tragica alba di sonno sulla Torino Piacenza.

Ti stropicci gli occhi prima dell’alba, prendi il tuo esoscheletro (sisi, si chiama bogu, o armatura… a me sembra sempre di più l’esoscheletro lucido di un qualche insettone…), gli shinai, un cambio e ti schianti in autostrada, per ore. Guida e ri-guida riesci a raggiungere – nonostante l’immancabile ingorgo a Bologna – la ridente cittadina di Ravenna e, udite udite!, anche a trovare la palestra.

raving
tipico sguardo da ‘raving rabbids’ del kendoka europeo durante il rosario di kirikaeshi alla coreana

Sei però ovviamente in ritardo (nota per la prossima vita: partire il venerdì sera può essere più sano…), ti cambi di corsa, vieni catapultato dentro il bogu e ti trovi, da sdraiato in macchina ad ascoltare i pink floyd, in piedi sudato e buffante a far kirikaeshi. Tempo di transizione di stato: 2 minuti netti. Stato fisico-emotivo: shock, profondo shock. Alla fine del secondo giro di kirikaeshi sei sveglio, sveglissimo, anzi iperattivo e con l’occhietto destro che trema in pieno stile ‘
raving rabbids’.

Si perché lo stile coreano, applicato a degli europei – per lo più non di primo pelo – ha l’effetto raving rabbids assicurato. Il maestro Kim, infatti, ha improntato il lavoro sulla velocità, la precisione e la scioltezza dei movimenti, imponendo ritmi di lavoro decisamente sostenuti. Così, per scaldare l’ambiente si parte con un fantasioso rosario di varianti di kirikaeshi e vasche eterne. La giornata poi si dipana con esercizi di hiki-waza sempre più complessi, e comunque a ritmi sostenutissimi, in un crescendo di velocità e fatica che si è trasformato via via in un jigeiko abbastanza frenetico. Ho temuto più volte di cadere a terra morta, di fatica, e ho il serio dubbio che il sempai che praticava con me, abbia avuto la stessa paura. La giornata è finita con il jigeiko di rito finale, a cui avrei voluto arrivare un po’ più lucida, ma comunque felice di essere riuscita a stare grossomodo al passo di tutta la giornata (e vi assicuro che, da kyusha, è stato tutto fuorché banale) e di essere persino riuscita a capire buona parte di quello che succedeva e magari aver anche imparato qualcosa.

ravenna_geiko
jigeiko libero di sabato

La serata si è chiusa in relax, in spiaggia. Tra carne (e verdure) alla griglia, birra e chiacchiere con i vecchi (i ragazzi del Musokan nel mio caso, che mi hanno drogata di kendo un anno esatto fa) e i nuovi amici del kendo. Qualcuno è stato anche così eroico da concedersi un bagno, nonostante l’arietta non proprio calda, il mare nero come il velluto e la stanchezza. Bravi! Braviiiii! La prossima volta lo faccio anche io. Mi porto il salvagente con la paperella.

Mi sono però portata materassino e saccapelo, utilissimo la notte sul pavimento della parrocchia che ci ha gentilmente ospitati…

ravenna_general
pronti a ri-partire

Il giorno dopo, per grazie ricevuta, lo stage è proseguito separando i kyusha dal resto del mondo, e affidando i primi alle mani esperte di Livio Lancini. Non sono mai stata così felice in vita mia di essere una schiappa del kendo. Abbiamo passato la giornata ripassando i fondamentali e facendo un interessantissimo lavoro mirato a stimolare la naturalezza e la scioltezza del movimento sia delle braccia che delle gambe dando una grande importanza al fluire in avanti dell’andatura. I ritmi sono stati un po’ più tranquilli del giorno precedente, ma il lavoro è stato sicuramente più alla portata – e probabilmente più proficuo – di noi ‘piccoli’. Al jigeiko di fine giornata, domenica, ero ancora in grado di ragionare, ed è, di fatto, andata meglio.

Foto di rito, foto cazzare con gli amici (i soliti di cui sopra), doccia e via, in autostrada verso Torino. Un’Odissea tormentata da pioggia, incidenti, code e draghi. Siamo rientrati a mezzanotte, circa, provati, parecchio provati, qua e là lividi, e felici (forse).

ravenna_friends
i ragazzi del Musokan!! E’ colpa loro se faccio kendo.
ravenna_all
tutti assieme appassionata (e stremata) mente.
ravenna_girls
il gentil sesso del kendo, non necessariamente il sesso debole…

Dalle lezioni di Kim porto a casa l’idea di un kendo profondamente diverso da quello giapponese: molto più istintuale e di contatto di quello giapponese. Un kendo che forse mi piace un po’ meno, o che quanto meno trovo inusuale, spiazzante. Rubo anche la consapevolezza di avere dei limiti molto più lontani di quello che credevo, sia in termini fisici che in termini tecnici. Dalle lezioni col Lancini, invece, porto a casa tantissime cose utili nell’immediato: la serenità, la testa vuota, e la leggerezza del kendo nel complesso. Non sembra, ma è davvero molto e spero di riuscire a farne buon uso.

Grazie, dentro e fuori dal kendo, a tutti.

ravenna_piedi
i miei piedi ringraziano un po’ meno…
live @ Torino Beach, tra la via emilia e il west

Archeologia domestica

Negli ultimi anni ho cambiato un po’ troppe case: Torino, Castenaso, Castel Maggiore, Bologna e poi di nuovo Torino. Tutte le volte che ho lasciato una casa ho lasciato, volente o nolente, indietro qualcosa. Tutte le volte che sono entrata in una casa ho trovato qualcosa che qualcun altro ha lasciato indietro. Cose di poco conto, lasciate da sole per il mondo.

L’altro giorno mi sono imbattuta in una vecchia cornice digitale, abbandonata da un inquilino precedente. Ha vinto la curiosità morbosa tipica di ogni archeologo domestico. Ho stanato un alimentatore, e ho pastrocchiato fino a che la cornice non è partita, rivelando i suoi segreti. Foto, bruttine al vero, di luoghi più o meno noti: Delphi e la Grecia in genere, il Sestriere d’inverno, Venezia, la Croazia, il principato di Seborga. Non appaiono mai persone, se non, in due foto mosse, il volto di un bimbo di tre anni circa, i grandi occhi castani fissi sull’obiettivo, i capelli castani chiari, mossi, vagamente disordinati.

Una volta di più mi fermo a pensare sulle vite appena sfiorate degli altri, su quei viaggi probabilmente ‘solitari’ che sembrano ripercorrere i miei passi, in giro per l’Europa, su quel bimbo – forse un ragazzino ormai -, l’unica presenza umana tra tante immagini. Chi sei? Quanti anni hai ora? In quale stato vivi? Come ti chiami? E’ perché mai sei l’unica presenza fuggente, fotografata quasi di nascosto, in un album di foto? Domande che non troveranno mai risposta. Domande di poco conto, nate da un oggetto di poco conto.

Magari, nella mia vecchia casa in Bolognina c’è qualcuno che si sta ponendo domande altrettanto inutili con in mano un mio qualche oggetto insignificante, rimasto abbandonato da solo in quelle stanze. Chissà se ancora racconta di me, e cosa, a distanza di quasi un anno. Magari, invece, quella casa in Bolognina è ancora vuota e ancora macina la presenza di vecchi angosciosi fantasmi, aspettando che altre persone facciano riecheggiare gli spazi di suoni più allegri a lavar via la rabbia e la disperazione che sono rimaste attaccata a quelle pareti.

zaino in spalla e via viandare

Cosa mi metto sulla schiena oggi…

Negli ultimi quattro anni ho girato, nei miei trek e hike ‘leggeri’ con un Regatta Survivor 35L. Malcontati, con questa carogna addosso, ci ho fatto all’incirca 300 km. L’avevo preso al mercato di ferragosto di Pragelato, per rimpiazzare al volo un The North Face fuggito con il mio ex-xompagno di vita (ora ex-ex-ex…). Avevo bisogno di uno zaino per qualche giretto leggerissimo in montagna, quello c’era e probabilmente per l’uso che dovevo farne in quel periodo preciso, era anche adeguato, nonché a modico prezzo.

foto cortesia di Giorgio Michelin
Io e il Regatta in Altante (foto cortesia di Giorgio Michelin

Poi quello stesso Regatta l’ho cominciato a portare in giro ‘sul serio’ ben sapendo che l’oggetto aveva tanti, troppi limiti (pesante con schienale morbido e completamente a contatto con la schiena, inasciugabile una volta sudato, scomodo sul seno). Un po’ per prigrizia, un po’ per carenza di fondi, un po’ perché per l’ennesima volta pensavo che avrei ripreso a camminare meno, quello stesso zaino me lo sono portato in spalla per hike e trek anche impegnativi. Ogni volta lo ho odiato. In particolare lo ho odiato questa estate nei quasi 100 km camminati sull’Atlante in Marocco. Così sabato, sapendo che l’indomani sarei andata a fare un ‘piccolo’ (stica!) hike, quando mi sono imbatutta nel Lowe Alpine Airzone Pro 35-45 semplicemente l’ho portato a casa.

Sarò banale, ma gli zaini per me sono Deuter o Lowe Alpine. Posso fare qualche eccezione (ed infatti ho avuto ed ho tuttora un The Northface Terra 65, che da 15 anni tiene il passo delle mie più pesanti scorribande, e soprattutto ha tenuto a suo tempo il passo della speleo), ma in prima battuta gli zaini che guardo sono quelli, i Deuter in primis. Sinceramente avrei valutato volentieri un Deuter Futura Pro 40 SL (affascinata dal Vari Flex System che monta e dalla progettazione completamente orientata al femminile).

Il Futura non c’era in negozio, e poi una fanciulla che di lavoro cammina e di cui mi fido pur avendolo non ne era entusiasta (ma questo può non voler dire nulla…). C’erano due Salewa (il Salewa Miage 35 e il Salewa Peutrey 42), marca a cui, essendo il mio primo zaino speleo stato appunto un Salewa (l’equivalente di un attuale Salewa Guide 50). I Salewa sono migliorati molto dal quelli della fine degli anni 90, ma ancora, secondo me, non sono ottimali per le schiene femminili, o per lo meno non lo sono per la mia schiena. Sono favolosamente leggeri (il Miage pesa 1 kg mentre il Peutrey pesa 680 gr), hanno cuciture dall’aspetto robusto, e ganci grossi che danno un’aria piuttosto solida (cosa che non era il mio vecchio zaino). A me comunque tirano, impacciano, fanno noia, ma è una questione di gusti, di struttura e di ‘noiosità’, che nulla toglie alla validità degli zaini, che in molti amano.

Il Lowe di cui sopra è invece un signor zaino. Si aggira attorno al 1,5 kg, espandibile, spallacci compatibili con la struttura femminile (leggasi presenza di tette percettibile) sottili e leggeri, fascia ventrale leggera, ma comodissima, lunghezza dello schienale regolabile, schienale rigido e tenuto ben staccato dal corpo, tantissime tasche, accesso laterale, e altri gadgets. Poi è azzurro, da sempre il mio colore.

Alla prova del fuoco (tappa 14 del GTA) si è dimostrato all’altezza del nome e delle aspettative: sta addosso senza pesare, senza ingombrare e senza fiaccare… cosa si può volere di più? Ora nel mio futuro vedo trek e hike con la schiena felice…

live @ Torino Beach

vite sfiorate

Viaggio spesso e viaggio molto.  Mi incanto a guardare scorre dietro al finestrino, la notte, le luci accese delle case. O a sbirciare di sottecchi i miei compagni di viaggio. Mi perdo a immaginare le loro vite, le infinite possibilità.

Tutte le volte mi chiedo se in quelle vite appena intraviste, sfiorate, avrei potuto incontrare qualcuno, qualcuno che avrebbe in qualche riscritto un pezzo della strada che sto facendo.

Quante persone sfioriamo, incrociamo, e a quante camminiamo paralleli frequentando la stessa azienda, gli stessi uffici, gli stessi locali, gli stessi autobus, a volte per anni, senza accorgerci che esistono? e quante di queste farebbero la differenza?

Mille e mille giorni in cui sarebbe bastato per una volta voltarsi e vedere.

kendo & jappy

C’è poi sempre una prima volta…

Dopo gli esami di kendo, nel mio kendo sono arrivate un tot di altre prime volte:

  • la mia prima gara, alla gara sociale del Do Academy, il golden shinai. Amo le gare anche meno degli esami, ma si sa, anche questo fa parte del gioco e almeno alla gara sociale è opportuno presentarsi. Vivo in un mondo ed in un universo lavorativo competitivo, mi manca solo di buttare in competizione anche il mio piccolo angolo di serenità mentale… ma in fondo è solo un’amichevole ed una sensazione meno peggio del previsto. SI è visto a tratti del bel kendo e ho avuto modo di fare qualche fotina non poi così male…
  • la prima uscita con il bogu nuovo, allo stage di Calcinato. Avevo assolutamente voglia di collaudare il bogu nuovo, e la prima occasione utile è stata lo stage a Calcinato. Le condizioni climatiche erano proibitive, ma ciò nonostante sono riuscita a trovare un altro pazzoide che partisse da Torino con me. Caldo, caldo allucinante, da perdere la lucidità. Però ci siamo divertiti, e ce la siamo goduta dall’inizio alla fine – sayonare party incluso.
  • la prima picarata di kendo. Io amo le picarate, amo il senso del partire all’avventura per il gusto di farlo, fottendosene della sensatezza, dei kilometri, del percorso, della fatica. Il problema è che i picari sono rari… ma forse neanche poi così rari. Con altri tre loschi individui ci siamo fatti Torino-Lissone, jigeiko, Lissone-Novara, birra, Novara-Torino in una sera. 320 chilometri, un caldo mortale, una stanchezza infinita. Ma ne è valsa la pena. Picariiiii!

Morale? Il kendo mi porta maree di cose e persone nuove, o forse me le porta la vita, visto che ho smesso di tirarmi indietro.

ostinatamente ludica

Carrarashow 2015 – di amici, di giochi, e altre inezie.

Un paio di settimane fa s’è svolto il Carrarashow, dove – in qualità di adepto di Tana dei Goblin ho passato un paio di giorni con l’intento di prestarmi al ruolo di divulgatore di giochi.

Complice il caldo già estivo, il ponte lungo e la prima edizione dell’evento, beh l’afflusso non è stato quello sperato, ma, in compenso, ho potuto godermi l’affetto e la compagnia di amici vecchi e nuovi, provare giochi, partecipare a un torneo e fare shopping.

Gli amici

ahhh gli amici… Per ognuno – vecchio o nuovo amico – ho un piccolo ringraziamento. Non mi dilungo, sapete chi siete e sapete di cosa vi sono grata, eravate lì…

I giochi

I giochi ovviamente l’han fatta da padroni… Mi sono tolta lo sfizio di provare un po’ di cosucce qui e lì…

Five Tribes: Bello, veloce, che gira bene. Non un filler, però, e forse non proprio alla portata di un qualunque neofita. Ha molto più spessore di quello che può sembrare a prima vista. Anche il lato estetico è decisamente piacevole, e per me, nei giochi anche l’estetica ha il suo valore. Lo volevo provare da tempo, e si, l’ho provato. Ne esco entusiasta, con un gioco in più nella lista dei desideri. Non mi spingo oltre, è pieno di recensioni in giro…

Spyfall: Osannato da alcuni. Lo ammetto non sono particolarmente portata per i party games, ma alcuni li gioco volentieri (Dixit, Il sesto senso, La boca…), altri un po’ meno volentieri ma comunque non mancano nella mia personale ludoteca (Avalon). Spyfall vince il premio demenza dei party games. No, avete frainteso. Non demente nel senso di demente che diverte, da balotta (vedi Voodoo o Misantropia). Demente nel senso che annoia, è completamente casuale e tirato per aria. Lungi da me! Va de retro SATANA!!!

Concept: Non è male, ecco. Entrando nei party games, questo lo si può definire un gioco, un gioco interessante da balotta. Non il mio gioco, però. Non amo i giochi del tipo ‘indovina la parola, il persanoggio etc”. Non amo il genere, ma Concept lo dipana bene, aggiungendo profondità, aprendo nuovi orizzonti e regalando minuti interessanti. Non nella mia ludoteca, ma una partita una tantum me la posso concedere.

Quantum Race: Quantum race vorrebbe essere un gioco introduttivo alla fisica quantistica. Ok, obiettivo decisamente ambizioso e grande istinto di divulgazione scientifica. Purtroppo però un gioco, per essere giocabile oltre a essere divulgativo e impregnato di buoni propositi deve essere interessante e a scelta o molto divertente o molto impegnativo… e un gioco di giri di pista, liscio, non è esattamente un capolavoro. Formula DE gli da milioni di punti, anche se è molto meno culturale. Purtroppo per inventare bei giochi, anche bei giochi divulgativi, non è una garanzia un PHD in fisica nucleare, e sicuramente il gioco soffre della poca esperienza ludica dell’autore. Peccato. Provaci ancora Sam. Rimandato a  settembre.

Balance: Balance mi ha stimolato la fantasia da più di un anno. E’ un gioco olandese i cui creatori da tempo si stanno battendo, credo, tutte le fiere di questo mondo. Alla vista e alla sensazione istintiva sembra infinita mente interessante. Quando ti siedi a giocarlo scopri che è di fondo un backgammon semplificato, impostato su bilancia a bracci rigidi. Non particolarmente interessante in sé, la bilancia aggiunge poco e la semplificazione del gioco originario perde il bello, e il fascino del backgammon. Per la serie quando l’evoluzione è una involuzione.

Scaccia i Mostri: Ovviamente un gioco per bimbi, un collaborativo (una bella e non frequente caratteristica nei nei giochi per piccoli) in sapore horror soft. Dall’armadio escono i mostri, per scacciarli bisogna trovare a memoria il giocattolo di cui ogni specifico mostro ha paura. Beh, tecnicamente è una rivisitazione del memory, ma una bella rivisitazione, con una bella grafica, una bella ambientazione e qualche meccanica che fa la differenza. Per i figli che non ho.

El Capitan: Ancora un gioco per bimbi, competitivo e non collaborativo, ma sempre a base memory. Solo che non tutte le rivisitazioni del memory escono bene e questo infatti è un gioco noioso e decisamente poco attraente. Da non riprovare.

Se vi state chiedendo cosa ci facessi allo stand dei giochi per bimbi vi rassicuro, non sto tardivamente tentando di clonarmi, e no, non sono incinta. Accompagnavo in missione un amico – noto creatore di giochi da tavolo a target meno adulti – che girava curiosando tra gli stand.

Il torneo

Mi hanno obbligata a fare un torneo di Ticket to Ride, è andato malissimo. Chi non risica non rosica, ma chi risica troppo… resta a piedi. Brava la nostra nuova recluta, invece, che è arrivata 3° al suo primo torneo di giochi, il suo primo weekend ludico e il suo primo Ticket to Ride. Ridimensionati ego mio, ridimensionati.

Lo shopping

Beh ho saccheggiato la bottega giapponese (magliette, bachette, geta, totoro… ) e ho tentato nuovi fumetti, ma niente giochi. Una grande vittoria sulla mia dipendenza ludica.