live @ Torino Beach

Ostinarsi a combattere…

E poi ci sono quegli articoli che leggi e in cui ti riconosci tantissimo, e che in fondo in fondo avresti voluto scrivere tu… “La Sindrome da tatami” di Fuori Logo è sicuramente uno di questi…

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A differenza di Fuori Logo, io il tenugui (versione giapponese della bandana) lo metto davvero… [foto: Giorgio M.]

“…Di questi insegnamenti, però, mi è rimasta la grinta, la forza di non mollare mai e di rialzarmi sempre, con le ossa rotte ma lo sguardo fiero di chi non si arrende. Insieme ad un’insana propensione al masochismo kamikaze, che mi fa sfidare il destino e gli eventi avversi con la bandana del sol levante sulla fronte. No, la bandana non la metto davvero. È virtuale. Fate uno sforzo d’immaginazione.”

Ci sono le persone normali e ci sono i tatami, i tallonatori, quelli che non mollano mai, neanche quando mollare sarebbe la scelta più intelligente.

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tra la via emilia e il west

Lasciar scorrere, non attaccarsi inutilmente alle persone, alle cose, ai pensieri.

La prima volta che qualcuno mi ha detto devi lasciar scorrere, non attaccarti ai pensieri ero in mezzo ad un bosco, nell’appennino tosco-emiliano. Camminavo sulla via degli Abati con un buon passo speleo, trangugiando amaro. A parlare era una persona molto speciale, un accompagnatore naturalistico, un saggio, un monaco zen, un amico credo. Lì per lì, sputando un polmone in salita e inghiottendo incazzatura e delusione, devo averlo guardato tra l’ironico e lo storto pensando – e forse comunicandoglielo pure – tu e le tue cazzate zen.

Ho però l’abitudine a fermarmi a riflettere sulle questioni che mi vengono proposte, specie se chi me le pone è una persona che stimo. Ci ho riflettuto a lungo, e benché io non abbia le stesse convinzioni filosofico-spirituali del mio amico – o forse dovrei dire di non avere  affatto convinzioni filosofiche, spirituali o religiose –  quel suo lascia scorrere ha sostituito man mano il mio personalissimo mantra di bestemmie. Sono arrivata alla conclusione che non è sano continuare a masticare gli stessi pensieri, i ricordi, non è sano attaccarsi alle persone, alle cose. Ci sono situazioni su cui non abbiamo il controllo, su cui la nostra capacità di influenza e di intervento è limitata, se non nulla. Ci sono cose che sono successe e sono passate, non si possono resuscitare, non si possono correggere, Non ha un senso dannarcisi sopra, a meno che il senso che si voglia raggiungere non sia l’autodistruzione. Quanto alle persone, sono persone: sono fallibili, incostanti, mutevoli, inaffidabili, nel migliore dei casi. Perché ostinarsi, costringere e costringersi a un legame?

Non sono personalmente troppo portata per lasciar scorrere i pensieri, sono un tallonatore di mischia. Sono un po’ più brava, a non attaccarmi alle persone (a parte alcune, molto speciali), alle cose.

Così è venuto Natale, Capodanno, la fine dell’anno scolastico. E’ venuto anche il tuo compleanno, e anche esso è passato. Avrei voluto, forse, alzare il telefono per farti gli auguri, per sapere che tempo fa sui tuoi quindici anni. Ma è un attaccarsi ad un tempo che non esiste più, a una persona che ha preso, per sua scelta, una strada divergente. Va bene così. E’ la vita, direbbe qualcuno. Lascio scorrere, passo oltre, e non fa neppure male.

a M., i suoi passi, la sua meditazione e le sue (non poi così) cazzate zen. Grazie. 

live @ Torino Beach

la ragione che tarda a farsi

Cosa pensa il tallonatore, al centro della mischia, nella finale del six nations? Che cosa gli passa per la testa mentre viene fiancheggiato dai suoi piloni e spinto dalle sue seconda e terza linea? Cosa macina a un millimetro dal tallonatore avversario, fiancheggiato e spinto da altrettanti uomini di un’altra squadra mentre volano spintoni, gomitate, calci?

Quel tallonatore in mezzo alla mischia se ne fotte. Ha un obiettivo in testa e sa che non deve mollare, non deve mollare mai. Deve continuare a spingere perché solo così, con fatica sudore e tenacia, otterrà quello che ha in testa, se è abbastanza bravo. Di tutto il resto quell’animale da mischia se ne fotte, anche delle botte, anche dei lividi. Lui ha il suo obiettivo e spinge, come se non ci fosse un domani. Ottenere o non ottenere il risultato dipende solo da lui, da quanto è tenace, da quanto è bravo. L’avesse pensata diversamente, avesse pensato che rassegnarsi, rinunciare, arrendersi fosse una dote sarebbe sui palchi a godersi lo spettacolo all’asciutto, tranquillo. Ma ha un altro carattere, ha scelto un’altra strada.

Prendete quel tallonatore ora e spiegategli che non è colpa sua, che lui vale, ma che per quanto lui spinga semplicemente quella palla non sarà sua, né ora né mai, che è inutile spingere, che si può rialzare, spazzolarsi i vestiti e, per esempio, andare al cinema.

Io sono quel tallonatore, ancora piantato in mischia nonostante la partita sia finita da un pezzo. Farsene una ragione, è una locuzione che non riconosco.

C’è un limite però al tempo che si può sprecare sulle cause perse, e ad un certo punto anche io dovrò trascinarmi fuori dal prato. Domani forse. Domani. Domani me ne faccio una ragione. Domani la smetto. Domani.