kendo & jappy

800 km di kirikaeshi… (alias stage di Ravenna 2015)

Abitare a Torino, può essere scomodo. Specie se decidi di andare ad uno stage di kendo a Ravenna.

Tragica alba di sonno sulla Torino Piacenza.
Tragica alba di sonno sulla Torino Piacenza.

Ti stropicci gli occhi prima dell’alba, prendi il tuo esoscheletro (sisi, si chiama bogu, o armatura… a me sembra sempre di più l’esoscheletro lucido di un qualche insettone…), gli shinai, un cambio e ti schianti in autostrada, per ore. Guida e ri-guida riesci a raggiungere – nonostante l’immancabile ingorgo a Bologna – la ridente cittadina di Ravenna e, udite udite!, anche a trovare la palestra.

raving
tipico sguardo da ‘raving rabbids’ del kendoka europeo durante il rosario di kirikaeshi alla coreana

Sei però ovviamente in ritardo (nota per la prossima vita: partire il venerdì sera può essere più sano…), ti cambi di corsa, vieni catapultato dentro il bogu e ti trovi, da sdraiato in macchina ad ascoltare i pink floyd, in piedi sudato e buffante a far kirikaeshi. Tempo di transizione di stato: 2 minuti netti. Stato fisico-emotivo: shock, profondo shock. Alla fine del secondo giro di kirikaeshi sei sveglio, sveglissimo, anzi iperattivo e con l’occhietto destro che trema in pieno stile ‘
raving rabbids’.

Si perché lo stile coreano, applicato a degli europei – per lo più non di primo pelo – ha l’effetto raving rabbids assicurato. Il maestro Kim, infatti, ha improntato il lavoro sulla velocità, la precisione e la scioltezza dei movimenti, imponendo ritmi di lavoro decisamente sostenuti. Così, per scaldare l’ambiente si parte con un fantasioso rosario di varianti di kirikaeshi e vasche eterne. La giornata poi si dipana con esercizi di hiki-waza sempre più complessi, e comunque a ritmi sostenutissimi, in un crescendo di velocità e fatica che si è trasformato via via in un jigeiko abbastanza frenetico. Ho temuto più volte di cadere a terra morta, di fatica, e ho il serio dubbio che il sempai che praticava con me, abbia avuto la stessa paura. La giornata è finita con il jigeiko di rito finale, a cui avrei voluto arrivare un po’ più lucida, ma comunque felice di essere riuscita a stare grossomodo al passo di tutta la giornata (e vi assicuro che, da kyusha, è stato tutto fuorché banale) e di essere persino riuscita a capire buona parte di quello che succedeva e magari aver anche imparato qualcosa.

ravenna_geiko
jigeiko libero di sabato

La serata si è chiusa in relax, in spiaggia. Tra carne (e verdure) alla griglia, birra e chiacchiere con i vecchi (i ragazzi del Musokan nel mio caso, che mi hanno drogata di kendo un anno esatto fa) e i nuovi amici del kendo. Qualcuno è stato anche così eroico da concedersi un bagno, nonostante l’arietta non proprio calda, il mare nero come il velluto e la stanchezza. Bravi! Braviiiii! La prossima volta lo faccio anche io. Mi porto il salvagente con la paperella.

Mi sono però portata materassino e saccapelo, utilissimo la notte sul pavimento della parrocchia che ci ha gentilmente ospitati…

ravenna_general
pronti a ri-partire

Il giorno dopo, per grazie ricevuta, lo stage è proseguito separando i kyusha dal resto del mondo, e affidando i primi alle mani esperte di Livio Lancini. Non sono mai stata così felice in vita mia di essere una schiappa del kendo. Abbiamo passato la giornata ripassando i fondamentali e facendo un interessantissimo lavoro mirato a stimolare la naturalezza e la scioltezza del movimento sia delle braccia che delle gambe dando una grande importanza al fluire in avanti dell’andatura. I ritmi sono stati un po’ più tranquilli del giorno precedente, ma il lavoro è stato sicuramente più alla portata – e probabilmente più proficuo – di noi ‘piccoli’. Al jigeiko di fine giornata, domenica, ero ancora in grado di ragionare, ed è, di fatto, andata meglio.

Foto di rito, foto cazzare con gli amici (i soliti di cui sopra), doccia e via, in autostrada verso Torino. Un’Odissea tormentata da pioggia, incidenti, code e draghi. Siamo rientrati a mezzanotte, circa, provati, parecchio provati, qua e là lividi, e felici (forse).

ravenna_friends
i ragazzi del Musokan!! E’ colpa loro se faccio kendo.
ravenna_all
tutti assieme appassionata (e stremata) mente.
ravenna_girls
il gentil sesso del kendo, non necessariamente il sesso debole…

Dalle lezioni di Kim porto a casa l’idea di un kendo profondamente diverso da quello giapponese: molto più istintuale e di contatto di quello giapponese. Un kendo che forse mi piace un po’ meno, o che quanto meno trovo inusuale, spiazzante. Rubo anche la consapevolezza di avere dei limiti molto più lontani di quello che credevo, sia in termini fisici che in termini tecnici. Dalle lezioni col Lancini, invece, porto a casa tantissime cose utili nell’immediato: la serenità, la testa vuota, e la leggerezza del kendo nel complesso. Non sembra, ma è davvero molto e spero di riuscire a farne buon uso.

Grazie, dentro e fuori dal kendo, a tutti.

ravenna_piedi
i miei piedi ringraziano un po’ meno…
live @ Torino Beach

vite sfiorate

Viaggio spesso e viaggio molto.  Mi incanto a guardare scorre dietro al finestrino, la notte, le luci accese delle case. O a sbirciare di sottecchi i miei compagni di viaggio. Mi perdo a immaginare le loro vite, le infinite possibilità.

Tutte le volte mi chiedo se in quelle vite appena intraviste, sfiorate, avrei potuto incontrare qualcuno, qualcuno che avrebbe in qualche riscritto un pezzo della strada che sto facendo.

Quante persone sfioriamo, incrociamo, e a quante camminiamo paralleli frequentando la stessa azienda, gli stessi uffici, gli stessi locali, gli stessi autobus, a volte per anni, senza accorgerci che esistono? e quante di queste farebbero la differenza?

Mille e mille giorni in cui sarebbe bastato per una volta voltarsi e vedere.

kendo & jappy

C’è poi sempre una prima volta…

Dopo gli esami di kendo, nel mio kendo sono arrivate un tot di altre prime volte:

  • la mia prima gara, alla gara sociale del Do Academy, il golden shinai. Amo le gare anche meno degli esami, ma si sa, anche questo fa parte del gioco e almeno alla gara sociale è opportuno presentarsi. Vivo in un mondo ed in un universo lavorativo competitivo, mi manca solo di buttare in competizione anche il mio piccolo angolo di serenità mentale… ma in fondo è solo un’amichevole ed una sensazione meno peggio del previsto. SI è visto a tratti del bel kendo e ho avuto modo di fare qualche fotina non poi così male…
  • la prima uscita con il bogu nuovo, allo stage di Calcinato. Avevo assolutamente voglia di collaudare il bogu nuovo, e la prima occasione utile è stata lo stage a Calcinato. Le condizioni climatiche erano proibitive, ma ciò nonostante sono riuscita a trovare un altro pazzoide che partisse da Torino con me. Caldo, caldo allucinante, da perdere la lucidità. Però ci siamo divertiti, e ce la siamo goduta dall’inizio alla fine – sayonare party incluso.
  • la prima picarata di kendo. Io amo le picarate, amo il senso del partire all’avventura per il gusto di farlo, fottendosene della sensatezza, dei kilometri, del percorso, della fatica. Il problema è che i picari sono rari… ma forse neanche poi così rari. Con altri tre loschi individui ci siamo fatti Torino-Lissone, jigeiko, Lissone-Novara, birra, Novara-Torino in una sera. 320 chilometri, un caldo mortale, una stanchezza infinita. Ma ne è valsa la pena. Picariiiii!

Morale? Il kendo mi porta maree di cose e persone nuove, o forse me le porta la vita, visto che ho smesso di tirarmi indietro.

kendo & jappy

Il lungo viaggio di un bogu

Il mio bogu, comprato in Giappone, ha viaggiato in una settimana più a lungo di quanto non viaggerò io in tutto l’anno. E lo ha fatto a tempo di record.

Giovedì, Luglio 09, 2015 Luogo Tempo
20 Spedizione Consegnata – Firmata da : TURIN 11.22
19 Spedizione in consegna TURIN – ITALY 9.39
18 Spedizione arrivata – TURIN – ITALY TURIN – ITALY 9.17
17 Spedizione in transito – MILAN – MALPENSA – ITALY MILAN – MALPENSA – ITALY 7.12
15 Spedizione sdoganata MILAN – MALPENSA – ITALY MILAN – MALPENSA – ITALY 6.34
13 Gestione documentazione doganale in corso MILAN – MALPENSA – ITALY 5.46
12 Spedizione in transito – LEIPZIG – GERMANY LEIPZIG – GERMANY 4.38
10 Spedizione in transito – LEIPZIG – GERMANY LEIPZIG – GERMANY 1.04
Mercoledì, Luglio 08, 2015 Luogo Tempo
9 Spedizione in transito – FRANKFURT – GERMANY FRANKFURT – GERMANY 19.35
7 Spedizione in transito – FRANKFURT – GERMANY FRANKFURT – GERMANY 17.13
Martedì, Luglio 07, 2015 Luogo Tempo
6 Spedizione in transito – TOKYO – JAPAN TOKYO – JAPAN 21.38
4 Spedizione in transito – TOKYO – JAPAN TOKYO – JAPAN 19.28
3 Spedizione in transito – FUKUOKA – JAPAN FUKUOKA – JAPAN 15.26
1 Spedizione ritirata FUKUOKA – JAPAN 10.56

Visto che è stato ordinato il 2 di Luglio nel pomeriggio, direi che a AJB e DHL hanno fatto un discreto miracolo.  Peraltro il bogu stesso è decisamente bellino, le misure perfette. Bravi e grazie.

 

kendo & jappy

l’ansia da bogu spiegata alle mie amiche

Per premiarmi del buon esito della verifica di kendo del mese scorso, ho deciso di prendere un bogu (un’armatura) tutto mio. Si, perchè il kendo si fa bardati come animali da soma, e il grosso della bardatura è composta da lui, gioia e dolore di tutti i kendoka, il bogu.

Un bogu – e mi dilungherò in seguito nella sua descrizione dettagliata – è un piccolo investimento (partono da alcune centinaia di euro e volano su, su, su… fino ad alcune migliaia), che si fa quando ci si sente psicologicamente pronti, tecnicamente pronti, ed economicamente pronti. Prima di questo investimento giri con pezzi di bogu altrui, approssimativamente della tua taglia – o anche no – che ti diano la protezione necessaria per tirare.

Così all’indomani dell’esame ho preso al decisione su cui meditavo da tempo: si va, si prende un bogu. Facile, penserete voi.

Vai un una bogu-eria e ne porti a casa uno. No, non funziona così. Bogu-erie in Italia non ci sono.

Lo compri su internet. Si, lo compro su internet, ma non è esattamente come comprare una maglietta. Innanzitutto perché tra i mille modelli, varianti di cuciture, imbottiture, materiali, costruttori e quant’altro la scelta si fa complessa, ed è resa ancora più complessa dal fatto che tutte queste caratteristiche hanno facili nomi giapponesi a te insignificanti e del tutto intraducibili. Inoltre per un bogu servono qualche ziglione di misure improbabili…

Quindi ti fai una cultura. E farsi una cultura si traduce in passare giorni a navigare su internet e a rompere i marroni agli amici… Ti perdi nelle differenza sostanziali tra cuciture da 5mm, da 4mm e da 3mm sulle varie parti dell’armatura, stringhe di cotone, seta, pelle umana, gocce di sudore cadute mentre si assemblava il tutto… E poi, dulcis in fundo, stremato chiedi con aria supplice consiglio a qualcuno di cui ti fidi molto. E quel consiglio lo segui, fingendo di essere un kendoka consapevole e acculturato. Ora sai il costruttore e il modello.

Poi arrivano le misure. Il bogu, come dicevamo richiede alcune misure di te stesso, che difficilmente riuscirensti a prenderti da solo:

  • la circonferenza della testa da sotto il mento a sopra l’occipite
  • la circonferenza della testa attorno alle tempie (hachimaki)
  • la distanza degli occhi dalla base del mento (monomi)
  • la lunghezza del palmo della mano
  • la circonferenza della mano all’altezza delle nocche
  • la circonferenza della mano all’altezza della base del pollice
  • la tua altezza
  • la lunghezza dalla cresta iliaca alla base del malleolo
  • la circonferenza delle anche
  • la larghezza delle spalle

e devono essere misure precise. Quindi te ne stai lì, in mezzo al dojo, in mezzo agli amichetti che ti pigliano per il culo e prendono misure – e lo fanno più volte per essere precisi. Ci sono quindi almeno venti persone che sanno quanto hai il culo grosso, le gambe corte, le spalle da lottatore, la scatola cranica piccola…

Per vendetta io gli ho mandato anche qualche misura aggiuntiva… giusto per far girare i marroni…. la prossima volta gli mando direttamente un mio calco a figura intera.

Infine scegli i dettagli. Il bogu è blu, indaco scuro tipicamente – si può avere anche bianco volendo, ma per mimesi e per questioni di gestione del lercio, eviterei. E fin qui e tutto semplice. Poi si va più sul complicato, scegliendo:

  • la tipologia del do dai (la placca che protegge il ventre)
  • il mune kazari (la parte sovrastante la suddetta placca)
  • il men chichikawa (l’agile striscia di pelle che permette di ancorare i legacci del men)
  • gli himo del do (i legacci della placca ventrale)
  • gli himo del men (altri legacci)
  • eventuali apposizione di nome e cognome sulle varie parti – ovviamente in katagana, perché l’alfabeto romano è assolutamente tabu
  • il tenugui di accompagnamento (quell’agile pezzo di stoffa che spiegazzi sulla testa prima di mettere il men)

A parte una vaga crisi sulla scelta del mune, ho optato per la mimesi, cliccando ‘standard’ a gogo. Non ho neanche valutato l’opzione della firma sul bogu  e ho scelto il tenugui del mio colore preferito. A questo punto l’ordine è pronto

Paghi. Santo paypal, conversione automatica yen-dollaro-euro e lacrime amare al totale. Andrò a mendicare davanti al duomo per un po’, per riprendermi dall’investimento.

E aspetti. I giapponesi sono giapponesi, ti informano di ogni spostamento della tua robina.

  • ho fatto l’ordine giovedì 2 luglio,  e ovviamente mi mando la mail di conferma dell’ordine.
  • Il 7 luglio mi informano che hanno finito di assemblare l’ordine e che è stato spedito.
  • Nella stessa email mi danno il numero di spedizione del vettore, cosicché tu possa seguire millimetro per millimetro i tuoi sacri oggetti nella loro migrazione transcontinentale. E il vettore, tramite agile applicazione web mi tiene costantemente aggiornata
    • il bogu è stato ritirato presso la fabbrica a Fukuoka il 7/7 ora locale: 10.56
    • è partito da Fukuoka lo stesso giorno alle 15.26
    • è arrivato a Tokyo sempre il 7/7 alle 19.28
    • Sempre quel giorno alle 21.38 ha lasciato Tokyo, si spera in direzione Europa continentale.
    • L’8/7 alle 17.13 è atterrato a Francoforte, in transito.

    ora sono qui in trepidante attesa, che seguo kilometro per kilometro la lunga migrazione… quando arriva? ma quando arriva?

 

live @ Torino Beach

Torino by night

Ieri per la prima volta da quando sono tornata a Torino mi sono presa il tempo per girovagare di sera per il mio quartiere. La scusa ufficiale, quella che adotto con me stessa, era un giochino nuovo sul cellulare (Ingress (1)), forse appena più furbo della media dei giochini stupidi, ma comunque un giochino da bimbo minchia.

Comunque quale che fosse la scusa, ieri sera stavo trotterellando allegramente per il quartiere. Trotterella di qui, trotterella di lì, di cose (brutte) se ne vedono. Non sono più abituata. Sono rimasta un attimo sconcertata. Quattro anni di esilio nella grazia e nel tedio a morte della provincia Emiliana si fanno sentire. Infatti, benché io abbia vissuto gli ultimi tre anni in uno dei quartieri più difficili (e additati a spauracchio) di Bologna, devo dire che – dal punto di vista brutterie varie – ho fatto tre anni di vacanza. Il peggio che vedi in Bolognina di notte, è più o meno l’equivalente di quello che vedi a Torino alle due del pomeriggio in pieno centro nel parco giostre dei bimbi. La differenza sostanziale però è che qui nessuno si fa spaventare e la gente, quella normale, continua ad andarsene in giro allegra, tenendosi ben stretto il suo territorio.

Quindi ho (ri)scoperto che:

  • in stazione ci sono più traffici illeciti che in Afghanistan
  • sotto il mio portone c’è il drive-in dello stupefacente stupore. Mi chiedo se sia prevista anche la consegna a domicilio.
  • i ragazzotti ventenni trovano cosa intelligente pisciare pisciare sulle portiere delle macchine (peccato però che questa volta siano stati beccati in flagrante un paio di persone che gli hanno dato una staffilata memorabile). Se becco qualcuno a pisciare sulla portiera della mia coccinella adorata, beh, la prossima volta dovrà pisciare da accucciato come la bimbe.

La cosa più ilare, però, è stata incontrare in piena notte, ad un crocevia ignorato dal mondo, una delle mie nuove conoscenze. Imbattersi per caso in qualcuno, a Torino, è estremamente raro. Lo è ancor di più se hai preso a suo tempo il vizio (disturbante per gli altri) di non fare mai due volte la stessa strada, proprio per portare vicino alla zero la possibilità di essere intercettato. Insomma, al semaforo, con il naso ben piantato nel mio giochino strabiliante mi sento salutare alle spalle. Mi giro tra lo stupito e il contrariato e mi trovo davanti questa giovane donna, amica di amici. “Birra?” e birra sia.

E io che, tra le altre cose, ho lasciato Bologna anche perché non sopportavo di imbattermi regolarmente fortuitamente e in gente conosciuta…

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(1) Ingress è un giochino per smartphone che ha indubbiamente dei vantaggi:

  • non ti tiene seduto su un divano, ma ti obbliga a alzare il culo e a metterti a camminare per la città
  • è in qualche modo ‘social’, interattivo
  • presenta qualche vaga caratteristica di innovazione
  • ha un discreto design

e qualche svantaggio

  • ti annienta le batterie del telefono
  • traccia i tuoi movimenti (hmmmm)

Comunque lo trovo notevole, ho mille inviti, se vi interessa fatevi sentire (lo so arrivo tardi)

tra la via emilia e il west

Per il disgusto del viaggio viaggiare

Questo weekend ho preso parecchi treni. Benché io abbia ormai fatto l’abitudine a viaggiare tanto e spesso, erano tantini anche per me. E per quanto vi siano viaggi e treni piacevoli vi sono viaggi e treni decisamente sgradevoli. E quattro (di cui sono menzionati solo due nel post ndr) appartenevano sicuramente alla seconda categoria.

Il regionale della nebbia si è rivelato un carro bestiame. L’ho preso al volo, come mia abitudine, e a stomaco pieno. Mi sono trovata nella bolgia urlante di una squadra di adolescenti calciatori di provincia di ritorno da una qualche partitella a ‘trova la palla nella nebbia’. Sudati come cavalli da tiro, con la confidenza col sapone che ha di media un adolescente di borgata di una favelas del terzo mondo e il savoir faire di una mandria di bufali. Devono aver vinto, tra musica dei cellulari a palla, coretti da stadio e puzzo di sudore e afrore rancido sembrava di stare in una trincea del 1915. Sono riuscita a malapena a impossessarmi del bagno in tempo per non vomitar loro addosso.

Sul signorile freccia rossa invece ho avuto la fortuna invereconda di trovarmi incastrata contro il finestrino assediata :

  • davanti a me  un pre-post-adolescente in felpetta a collo a barchetta molto slabbrato e rigogliosa foresta di pelazzi uscentene a grumi. Alle orecchie portava un paio di ovvie quanto astronomiche cuffie mastodontiche da qui fuoriusciva a volume insensatamente alto un rap martellante. Uno spettacolo inguardabile.
  • al mio fianco una matrona meridionale: un metro e cinquanta centimetri di altezza coi tacchi e un culo triplo del mio (chi mi conosce di persona sa che non sono esattamente esile, e che già il mio di culo fa il territorio di una provincia minore italiana). Non c’era verso che la povera donna stesse in un sedile solo e io – un po’ imbarazzata e un po’ schifata – mi sono trovata a spiaccicarmi contro il finestrino onde non essere inglobata dai suoi alquanto invadenti rotoloni di ciccia che strabordavano da tutti i lati del suo sedile al mio. Purtroppo, come spesso accade con gli obesi, anche in questo caso l’odore di sudore era difficilmente sopportabile.
  • Di fronte alla matrone, e in diagonale rispetto a me, vi era l’anziano marito. Un po’ sparuto e un po’ confuso, parlava urlando con la moglie o conversava, allo stesso volume di voce a un cellulare eternamente squillante.

 

(ogni tanto pubblico qualche articolo che mi è rimasto incastrato tra tastiera e rete. Questo era lì da un po’)