live @ Torino Beach

il tempo fermo

Siamo tiranneggiati dal tempo, abbiamo scadenze, appuntamenti, posti da raggiungere, compiti da svolgere. Il nostro cervello in qualche modo mantiene un orologio interno, per aiutarci a sapere in quale punto del giorno siamo, orologio al polso o meno.

Dentro di me c’è un orologio atomico probabilmente. Nella mia scatola cranica, evidentemente vuota, risuona del cesio ionizzato. Ogni 9.192.631.770 cicli di radiazione, nella mia mente scatta un secondo. Tic. Questo complesso meccanismo interno mi da un’idea abbastanza precisa del momento presente e difficilmente sbaglio in modo sensibile se mi si chiede al volo l’ora che penso sia.

Succede a volte, rare volte, però, che il cesio si fermi e con esso il tempo.

Niente più futuro e passato, niente più minuti da rincorrere, resta solo il momento presente, dilatato all’infinito. Tutto il mio mondo, tutto quello che il fondo della mia anima inquieta desidera è li, sulla punta delle mie dita. Il cervello smette il suo eterno errare e respiro a piene narici quella felicità leggera, che nulla, se non se stessa, cerca. E anche il cielo che cambia colore all’avvicinarsi del crepuscolo o dell’aurora, perde il suo significato temporale.

Quando il tempo ritorna, lo fa dandoti una bastonata ben assestata sulla nuca, che ti rimette in moto, e di corsa, imprecando.

L’ho già detto in un’altra vita, bisognerebbe morire lì, prima della bastonata.

kendo & jappy

Giocare alla guerra, per vivere in pace.

Io ho la tendenza a fissarmi su un problema filosofico e a girarci intorno in cerchi sempre più stretti che, alla fine, o fanno saltar fuori una risposta oppure diventano così involuti, così ripetitivi, da essere pericolosi per la mia salute mentale” Pirsig – Lo zen e l’arte della manutenzione della bicicletta.

Per ognuno di noi il kendo è qualcosa di differente, al di là di ciò che formalmente si dice. Certo il kendo è, oltre che uno sport, una filosofia, se si vuole andare ad indagare, come lo sono molte altre arti marziali e discipline orientali in genere. Ma se ti fermi a parlare di kendo con chi il kendo lo pratica, ad un qualche livello, scopri che ognuno di noi ne ha la sua personalissima versione e che, per ognuno, il kendo ha un ruolo definito e specifico.

Io sono una di quelle persone che non si sanno lasciare stare. Ho una buona dose di energie fisiche e mentali e una testolina bacata, che tende a dissezionare in avanti e a ritroso tutto quello che incontra: persone, eventi, libri, lavoro… Insomma ho sempre qualcosa che macina in testa, spesso, specie se le risposte non affiorano e le ragioni non vengono a galla, il macinio è infinito, autoreferenziato, ridondante. A forza di riflettere, riflettersi, spesso e volentieri finisco in un vortice di frustrazione. Non mi so dar pace della vita costretta che meniamo in giro, degli atteggiamenti contorti delle persone, del generale qualunquismo dilagante.

Nel kendo invece le situazioni sono ‘diritte’. Non si bara, non si scappa. Uno contro uno (o uno con uno, a seconda di come volete vederla), testa alta, e via andare. Ma soprattutto il kendo è l’apoteosi del ‘qui e ora’. Tieni la testa ben concentrata sul momento presente – se vuoi uscirne vivo -, per il resto non c’è spazio. Il kendo mi ferma la testa, e, per un buffo rincorrersi di opposti, mi schiarisce le idee.

Poi, poi, c’è il piacere delle cose materiali, dei gesti ripetuti, dei piccoli rituali. Piccoli elementi superflui ma di godimento profondo, rassicuranti come un caldo piumino d’oca in una notte di neve. Ti vesti, prepari l’armatura, controlli lo shinai, saluti, indossi il bogu e poi via, tutto al contrario, ripetendo – maldestramente – quei gesti che chissà da quanti anni si ripetono immutati, piccole tracce di una eternità immanente. Il ciclo del mondo mimato in un millionesimo del suo tempo: montare e smontare, nascere e morire, tutte le volte nello stesso modo, volta dopo volta. Attimi di eternità.

Infine, tutt’altro che ultimo – e per me di certo non il meno importante – aspetto, il kendo è un trasformatore di energia. Prende le mie energie più oscure e più opache, le concentra in un unico blocco e magicamente le trasforma in gioco, nell’energia che serve per fissare negli occhi qualcuno, da dietro la grata di metallo, e chiedergli per l’ennesima volta:

Giochiamo?

 

live @ Torino Beach

Tu che hai venduto l’anima al diavolo…

Ci conosciamo da un po’, da anni.

E, per Giuda, mi rendo conto che in anni non sei cambiato di un millimetro. Non hai messo un capello bianco (e no, non ti tingi), non una ruga, non un kilo in più, se mai, forse, il contrario. Non hai nemmeno cambiato occhiali, neppure espressione, non un’ombra.

Io invece ho quotidianamente combattuto con la gravità, la ciccia, la cellulite, le rughe, i capelli bianchi, l’astigmatismo, le macchie solari e la disillusione immanente. Ho cambiato il modo di approcciarmi alla gente, ho cambiato sorriso e respiro. I sagrìn, si dice.

Oggi, infine, mi è venuta una folgorazione: bastardo, hai venduto l’anima al diavolo. E non è la cosa in sé che mi scandalizza, ma il fatto che tu ci sia riuscito e io no, che il diavolo abbia preferito comprare la tua anima, e snobbi la mai. Forse sapeva che, tanto, all’inferno, l’avrei seguito lo stesso.

Ma ora dimmi, come hai fatto? dove l’hai incontrato? cosa gli hai dato in cambio? e, accidenti, chi ha dipinto quel quadro che nascondi in soffitta? Insegnami, spiegami, portamici.

Ho i miei dolori, Dorian, dolori di cui non sai nulla. La tragedia della vecchiaia non è l’essere vecchi, ma l’essere giovani. (Oscar Wilde – Il ritratto di Dorian Gray)

 

 

 

live @ Torino Beach

riflessioni varie a cavallo d’anno.

L’anno nuovo non ha portato ad uno sfoltimento del bosco, quindi si naviga sempre in mezzo ai platani con una capacità di dislocazione pari all’immobilità cosmica.

Meno male però che ci sono gli amici, quelli vecchi, quelli nuovi e quelli ritrovati. Se faccio il conto di tutte le persone che ho trovato, ritrovato, e che non avevo mai perso qui, devo dire che sono circondata di gente (sempre brutta gente). Se a questi aggiungo le persone che ancora si ricordano di me (e a cui manco e che mi mancano spesso e volentieri), dalla profonda Emilia Romagna e da altri sparuti angoli di questo globo,  beh allora è una bella baracca di gente, un bel circo. Sono la mia famiglia chimica, quella che mi sono scelta, annusando ad uno ad uno ognuno di loro. Sono quelli che di fatto colorano il mio mondo.

La famiglia, quella biologica, invece è un po’ più parca di soddisfazioni, ma si sa, quella non ce la scegliamo. In questi giorni di ospedali e preoccupazioni, si scricchiola un po’. Con mio padre – da sempre un pilastro – momentaneamente sdraiato in un letto all’ospedale di Novara, le ansie e le paure di tutti diventano campi di battaglia che tolgono agli occhi delle persone quel colpo d’occhio un po’ più esteso e globale.

Dal canto mio, io ho imparato a preoccuparmi dei problemi che ci sono realmente nel momento in cui si presentano. Non mi fascio la testa prima, non mi affanno dietro alle possibilità e nemmeno dietro alle probabilità. Mi godo quello che c’è quando c’è, e mi preoccupo di quello che si presenta quando si presenta. Nel bene o nel male l’unico mantra che vale sempre è il qui e ora.

Qui e ora se non è vero che tutto va nei migliore dei modi possibili, è anche vero che potrebbe andare molto ma molto peggio. Come al compagno di stanza di mio padre, che – nella metà dei suoi 50 anni – sia addormenta da solo imbottito di morfina e conta terrorizzato i respiri che lo separano dalla morte stringendo in mano lo scoiattolino di peluche che gli ha portato la nipotina. Mentre lo guardo e provo una immensa compassione e pena, egoisticamente mi rallegro di non essere io in quella situazione, e che non vi sia nessuna delle persone a cui tengo. E mi rallegro che, nel letto affianco, mio padre non sia in condizioni, per quanto acciaccate, minimamente paragonabili. Infatti continua a prendere tutto poco sul serio, punzecchiando tutti con le sue battute sarcastiche. Tira avanti, il vecchio leone. Tempo di rimetterlo in sesto e ce lo riportiamo a casa, a festeggiare il capodanno cinese, perché quello gregoriano l’ha saltato e gliene ho promesso un altro in compensazione.

Ho ancora la forza che serve a camminare,
Picchiare ancora contro per non lasciarmi stare
Ho ancora quella forza che ti serve
Quando dici: “Si comincia!”

E ho ancora la forza di guardarmi attorno
Mischiando le parole con due pacchetti al giorno,
Di farmi trovar lì Da chi mi vuole
Sempre nella mia camicia…

Abito sempre qui da me,
In questa stessa strada che non sai mai se c’è
E al mondo sono andato,
Dal mondo son tornato sempre vivo…

Ho ancora la forza di starvi a raccontare
Le mie storie di sempre, di come posso amare,
Di tutti quegli sbagli che per un
Motivo o l’altro so rifare…

E ho ancora la forza di chiedere anche scusa
O di incazzarmi ancora con la coscienza offesa,
Di dirvi che comunque la mia parte
Ve la posso garantire…

Abito sempre qui da me,
In questa stessa strada che non sai mai se c’è
Nel mondo sono andato,
Dal mondo son tornato sempre vivo…

Ho ancora la forza di non tirarmi indietro,
Di scegliermi la vita masticando ogni metro,
Di far la conta degli amici andati e dire:
” Ci vediam più tardi …”

E ho ancora la forza di scegliere parole
Per gioco, per il gusto di potermi sfogare
Perché, che piaccia o no, è capitato
Che sia quello che so fare…

Abito sempre qui da me,
In questa stessa strada che non sai mai se c’è
Col mondo sono andato
E col mondo son tornato sempre vivo…

(L.Ligabue + F.Guccini – Ho ancora la forza)

Io di forza ne ho ancora. E sono convinta che, pacchetti di sigarette a parte – perché quelli sono andati in pensione da un po’ – il vecchio leone, anche se un po’ arruffato, ne ha ancora anche lui.