live @ Torino Beach, tra la via emilia e il west

Chiudendo cerchi

Se, su un foglio, disegni un cerchio a matita, chiuderlo è un gioco. Ci metti un secondo, metti a fuoco il punto di inizio et voilà, con un attimo di destrezza, unisci il punto di inzio con un unico tratto, tondo perfetto. Il cerchio e chiuso e puoi seguire quella forma perfetta con gli occhi all’infinito, nella sua assoluta permanenza, serenza, statica.

Ciudere i cerchi, nella vita, è un po’ più complessi. La matita si spunta, la strada è tanta, la concentrazione si perde.

Ad aprile del 2014, in un momento abbastanza buio della mia vita, decisi di provare a digerire quello che mi stava succedendo intraprendendo un viaggio a pieidi. Fu una scelta a caso, consigliata en passant da una amica che osannava un viaggio a piedi fatto anni prima con le sue bimbe, e dei simpatici asinelli. Tanto per fare qualcosa, purché quel qualcosa fosse un cambiamento di scenario, presi lo zaino e partii. In quel viaggio conobbi una persona. o meglio ne cobbi tante (alcune delle quali mi sono rimaste amiche da allora), ma ‘quella persona’, pur non sapendolo e non immaginandolo, credo, mi cambiò la prospettiva. Continue reading “Chiudendo cerchi”

tra la via emilia e il west

Gli amici, a volte, si ereditano

Ho una nuova amica, credo. L’ho eredita da uno dei miei angeli custodi bolognesi, quando lei – per lavoro – si è traferita a Torina, e l’amico, candidamente, mi ha chiesto di prendermene cura.

Ci andiamo a genio, è sveglia, allegra, solare. Mi ricorda maledettamente me, quando da Torino mi sono trasferii a Bologna, sei anni fa. Trovo analogie nel viaggio, nella voglia di fare, in quell’iperattività da adrenalina del cambiamento, nella voglia di essere liberi, indipendenti, autonomi. Lei è solare, però, mentre io, solare, non lo sono mai stata.

E’ divertente, mi è simpatica, cerco di aiutarla ad ambientarsi, anche se ho la netta sensazione che non si lacerà aiutare più di tanto (e questo le fa onore). Credo che sia un po’ stupita della mia disponibilità, ma in fondo, io so bene quale è la strada che sta percorrendo, quali sono le difficoltà, le differenze, i cambiamenti. So anche che, al di là dell’entusiasmo, non è una strada facile. Quindi, se posso. le do una mano, semplicemnte perché avrei veramente voluto che, quando mi trasferii io, qualcuno – anziché farmi terra bruciata attorno, avesse aiutato me. Continue reading “Gli amici, a volte, si ereditano”

kendo & jappy

Dissertazioni sul concetto di zanshin

Premessa: questo articolo esce postumo, ovvero dopo gli esiti degli esami di 1° DAN di kendo.

Sono usciti i temi dello scritto dell’esame di 1° DAN: ki ken tai icchi, zanshin, e le parti dello shinai. Ovviamente se ne parla, eccome, con i nostri senpai in una acuta dissertazione soprattutto sul concetto di zanshin.

versione 1:  zanshin  è odia il tuo nemico anche quando l’hai già ucciso

versione 2: Lo zanshin è quella cosa che sei troppo un figo e il ki ken tai icchi e quando ti danno ippon.

versione 3: Zanshin è un concetto filosofico che prevede di assumere un atteggiamento tanto più serio e falsamente consapevole quanto più disordinata e casuale sia la serie di azioni che lo precede.

Direi che siamo a buon punto

mondo animale

Animali da lavoro

Siamo così abituati a riversare sui nostri animali domestici così tante aspettative a affetti frustrati che spesso li trattiamo – snaturandoli e danneggiandoli – più come figli, piccoli umani che come le creature che sono in realtà.

Mi sono chiesta a lungo nella mia vita se sia giusto tenere le bestiole domestiche come animali da compagnia, obbligandoli a uno stile di vita e a maneggi che non sono propri della loro natura. Io i miei gatti li proteggo a morte: non escono di casa, sono sottratti a qualunque pericolo e sono al vero abbastanza umanizzati (e probabilmente annoiati). Non credo che faccia loro così bene, credo che probabilmente sarebbero più felici a correre nei prati, ma a Torino non ci sono prati e io morirei d’angoscia a saperli in giro per le strade.

Insomma ci siamo assolutamente dimenticati della natura e dello scopo per cui spesso le razze domestiche sono state create: la maggior parte dei domestici è stata selezionata per esserci utile e non come contenitore del nostro affetto frustrato. Continue reading “Animali da lavoro”

live @ Torino Beach

Bon Courage

Bon courage, dicono i francesi ed è un bel modo di augura buona fortuna a qualcuno. Amo quel bon courage perché sposta l’attenzione dalla casualità esterna, la fortuna, alla volontà e la determinazione interna, il coraggio. Ti sposta da una visione in cui tu sei un granellino di sabbia completamente in balia delle onde di un mare più grosso di te ad una visione in cui, tu, e solo tu sei il fulcro, o per lo meno hai la capacità di influire su quello che succederà.

Bon courage, forza e coraggio quindi. E fottiamocene della buona e della cattiva fortuna dei lupi a cui andare in bocca e delle balene in cui introdursi per via anale.

Tutti abbiamo momenti del cazzo, momenti in cui l’imprevisto arriva e arriva storto, e, come gli angeli dell’apocalisse, soprattutto non viene da solo. Inutile sperare nella fortuna o nella fauna, se sei nella merda evidentemente si sono già dati alla macchia. Ma su noi stessi, sulla nostra resilienza, sulla nostra determinazione e sul nostro coraggio possiamo sempre fare affidamento. Bisogna solo avere la forza di tirarli fuori, appoggiarli sul tavolo, guardare la tempesta e urlargli addosso Vieni pure avanti, io sono qui. Venderò cara la palle.

E la paura? La paura fa bene, è sana. Ti tiene sveglio e lucido.

live @ Torino Beach

Quaranta anni

Nonostante le aspettative ho compiuto quarant’anni.

Ho passato gran parte della mia parte di giovane adulto a dire che vivere oltre i quarant’anni non sarebbe valso la pena, che a quarant’anni la vita si fa noiosa, che è tutto stabilito definito e puoi solo più sopravvivere. Avvicinandomi alla soglia ho temuto che se fosse esistita una qualche divinità mi avrebbe fulminato allo scoccare, per giusto castigo divino.

I vostri dei sono assenti, o troppo occupati. Sono ancora qui che giro, intonsa, perfetta.

Però, devo ammettere di dovermi ricredere: vita stabilita un corno! Da queste parti c’è più tempesta di quando avevo vent’anni. Sono un’adolescente tardiva. Ci sono arrivata con venticinque anni di ritardo. Devo dire però, che guardandomi intorno mi trovo in buona compagnia.

E a chi mi ricorda, con parole cortesi che da grande creperò sola e abbandonata in un ospizio, rispondo con morirò al tavolo da gioco d’un ludospizio, nelle mani i miei meeples blue e attorno al tavolo quelle carogne dei miei ludici amici, ancora più rincoglioniti di adesso.

Però per cortesia smettete di ricordarmi che è stato il mio compleanno, non l’ho presa benissimo.

kendo & jappy

Sexy kendo

Ti sei sempre chiesto come cavolo si faccia ad andare al dojo dimenticandosi ‘i pezzi’: keikogi, hakama o parti del bogu. Ancora ancora puoi pensare (e ti è capitato) di scordare gli shinai, stanno in una sacca a parte, ma i pezzi dell’armatura o della divisa, quelli che tieni sempre insieme, beh non sei mai riuscito a capirlo.

O per lo meno non sei mai riuscito a capirlo sin quando non sei tornato a casa alle 19.45 dal lavoro, la borsa di kendo da fare, i gatti da cibare e – marginalmente – devi ancora mangiare anche tu. Allora mentre infili due toast nel tostapane, rovesci la scatoletta di puro caviale albino delle Svalbard nella ciotola del gatto, lanci alla rinfusa la roba dentro la borsa: mutande, reggiseno sportivo, asciugamano, shampoo, balsamo, bagnoschiuma, deodorante, ciabattine, ciabatte da doccia, due tenugui, hakama, men, kote, tare, do… Poi chiudi la borsa, prendi la sacca degli shinai, le chiavi della macchina e ti precipiti in palestra,  perché si, devi arrivarci per 20.30.

Nel tragitto hai quella agile sensazione di aver dimenticato qualcosa, qualcosa di importante… ma in fin dei conti ci sei abituato a sentire il rimbrotto di quella vocina interiore e cerchi di sovrastarla col volume troppo alto della radio. Eppure quella vocina insiste, fastidiosissima.

Se il mio lettore kendoka è stato un po’ attento nel leggere l’elenco qui sopra ora saprà già che la mia vocina interiore aveva ragione….

Arrivo, trafelata come sempre, al dojo, mi caccio nello spogliatoio e rovescio la borsa sulla panca e uj! mi accorgo della drammatica realtà: ho scordato il gi. Che cosa cavolo è il gi?, vi chiederete voi….

Bene il gi è questo:

gi-ALL-2

beh, insomma uno dei pezzi fondamentali nelle arti marziali in genere, e nel kendo soprattutto perchè sopra il gi metti l’hakama ( e null’altro sotto, salvo le mutande, a differenza dell’aikido)… ovvero questo (o quasi, l’hakama da kendo è indaco in tinta unita ovviamente):

Traditional_Hakama_by_Lastwear

notate quell’orrore di boxer che si intravede sotto l’hakama del tizio? bene… si vede perché il gi è corto e non arriva a coprire quel terzo di coscia che l’hakama lascia scoperta. Ma il tizio ha i boxer e un gi che comunque fa buona parte del suo lavoro…

Adesso pensate di avere come unica alternativa al gi – che se ne sta bel bello appeso alla gruccia sotto la veranda del balcone, a casa –  la maglietta trendy che avevate in ufficio, quella che già di suo quasi lascia scoperto l’ombelico. Ecco, metteteci sopra l’hakama. Bene adesso giratevi di fianco e ditemi, che cosa si vede dallo spacco laterale dell’hakama? uno scorcio di mutanda (la mia nel caso era di un sobrio color militare verde mimetico e come sempre in formato francobollo) buona parte della chiappa ed una buona visuale sull’alta-coscia. Ecco si, questo probabilmente è uno dei sogni erotici di qualunque kendoka maschio, al meno finché non realizza che dentro a quell’hakama ci sono *io*, che più che ad un essere umano di sesso femminile assomiglio a Totoro.

totoro

In quell’istante il sogno di sexy-kendo si trasforma in una realtà piuttosto mesta.

Bene, mi prestavo mestamente a fare la mia comparsa così conciata – tra l’ilarità generale -, sperando che il tare avrebbe poi riparato il danno, quando un’anima pia è accorsa in mio aiuto con un judogi. E’ vero, il judogi é bianco, e per tanto un po’ appariscente in mezzo a un popolo di gente vestita in indaco, ma almeno copre il culo.

L’ilarità permane, i sogni (o gli incubi) di sexy-kendo per fortuna sono stati limitati.

#CinquantaSfumatureDiIndaco forever.

Non so perché ma qualcosa dal profondo mi dice che non succederà più che io dimentichi il gi.