il mondo attorno, live @ Torino Beach, Storie di altri mondi

L’Orco, la montagna, gli idioti.

Qualche giorno fa in televisione passava “North face”. Al netto delle splendide riprese di montagna e di alpinismo il film è brutto, retorico e abbastanza lontano dalla realtà di quel luglio 1936 che vide la folle e tragica corsa alla conquista della parete Nord dell’ Eiger (l’Orco appunto).

Conosco bene questa e molte altre storie del grande alpinismo e della grande speleologia, se hai bazzicato un po’ nei rifugi, è tutto quello che trovi da leggere, quando sei fortunato. La storia della cordata del 1936 sulla parete nord dell’Eiger non è diversa da tante altre: l’impresa era ambiziosa, l’attrezzatura e la tecnica del tempo un po’approssimative, i giovani alpinisti erano bravi, incoscienti, sbruffoni e non particolarmente fortunati. Nella foga della corsa alla parete ci mette mano la sfiga (o l’Orco fa il suo gioco, come volete), loro sottovalutano la situazione, fanno un paio di erroracci brutti (“per morire di commettere due errori di fila” diceva un mio amico speleo tanti anni fa) e ovviamente muoiono tutti amalamente. Se vi interessa lo storia, vi consiglio di guardare il documentario (o il libro) “The beckoning silence” di Joe Simspon (si, quello della morte sospesa). Continue reading “L’Orco, la montagna, gli idioti.”

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mondo animale

polaroid di un altro tempo (6)

Quando nel 1990 mio padre a pranzo mi disse di andare in maneggio e scegliere un cavallo, per il mio compleanno, feci fatica a credere alle mie orecchie. Mollai il pranzo, mi misi la felpa e mi fiondai giù dal terrazzo di casa, correndo a perdifiato fino in maneggio. Avevo le mani che tremavano e per l’emozione mi inciampai un paio di volte sulla via, ruzzolando, rialzandomi e riprendendo a correre. Quando arrivai in maneggio ero un schifo, ma tanto in maneggio non ci fa caso nessuno. Andai nei paddock e mi piazzai davanti alla bestiola che da mesi mi aveva rubato il cuore: un puledrino (gigantesco, al vero) di sei mesi, che praticamente avevo visto nascere. Altissimo per l’età, tutto gambe. E selvatico e incazzoso come, nella mia lunga vita equestre, ne ho visti pochi.  Ma era splendido e affascinate come solo che ti promette un mondo di guai e di avventure sa essere. Non c’è stato verso, a nulla sono valse le parole dei grandi sul fatto che non fosse il caso prendere un animaletto così giovane e probabilmente difficile alla mia età. Volli lui, e lui fu. Il più bel regalo della mia vita.

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zaino in spalla e via viandare

Cosa mi metto sulla schiena oggi…

Negli ultimi quattro anni ho girato, nei miei trek e hike ‘leggeri’ con un Regatta Survivor 35L. Malcontati, con questa carogna addosso, ci ho fatto all’incirca 300 km. L’avevo preso al mercato di ferragosto di Pragelato, per rimpiazzare al volo un The North Face fuggito con il mio ex-xompagno di vita (ora ex-ex-ex…). Avevo bisogno di uno zaino per qualche giretto leggerissimo in montagna, quello c’era e probabilmente per l’uso che dovevo farne in quel periodo preciso, era anche adeguato, nonché a modico prezzo.

foto cortesia di Giorgio Michelin
Io e il Regatta in Altante (foto cortesia di Giorgio Michelin

Poi quello stesso Regatta l’ho cominciato a portare in giro ‘sul serio’ ben sapendo che l’oggetto aveva tanti, troppi limiti (pesante con schienale morbido e completamente a contatto con la schiena, inasciugabile una volta sudato, scomodo sul seno). Un po’ per prigrizia, un po’ per carenza di fondi, un po’ perché per l’ennesima volta pensavo che avrei ripreso a camminare meno, quello stesso zaino me lo sono portato in spalla per hike e trek anche impegnativi. Ogni volta lo ho odiato. In particolare lo ho odiato questa estate nei quasi 100 km camminati sull’Atlante in Marocco. Così sabato, sapendo che l’indomani sarei andata a fare un ‘piccolo’ (stica!) hike, quando mi sono imbatutta nel Lowe Alpine Airzone Pro 35-45 semplicemente l’ho portato a casa.

Sarò banale, ma gli zaini per me sono Deuter o Lowe Alpine. Posso fare qualche eccezione (ed infatti ho avuto ed ho tuttora un The Northface Terra 65, che da 15 anni tiene il passo delle mie più pesanti scorribande, e soprattutto ha tenuto a suo tempo il passo della speleo), ma in prima battuta gli zaini che guardo sono quelli, i Deuter in primis. Sinceramente avrei valutato volentieri un Deuter Futura Pro 40 SL (affascinata dal Vari Flex System che monta e dalla progettazione completamente orientata al femminile).

Il Futura non c’era in negozio, e poi una fanciulla che di lavoro cammina e di cui mi fido pur avendolo non ne era entusiasta (ma questo può non voler dire nulla…). C’erano due Salewa (il Salewa Miage 35 e il Salewa Peutrey 42), marca a cui, essendo il mio primo zaino speleo stato appunto un Salewa (l’equivalente di un attuale Salewa Guide 50). I Salewa sono migliorati molto dal quelli della fine degli anni 90, ma ancora, secondo me, non sono ottimali per le schiene femminili, o per lo meno non lo sono per la mia schiena. Sono favolosamente leggeri (il Miage pesa 1 kg mentre il Peutrey pesa 680 gr), hanno cuciture dall’aspetto robusto, e ganci grossi che danno un’aria piuttosto solida (cosa che non era il mio vecchio zaino). A me comunque tirano, impacciano, fanno noia, ma è una questione di gusti, di struttura e di ‘noiosità’, che nulla toglie alla validità degli zaini, che in molti amano.

Il Lowe di cui sopra è invece un signor zaino. Si aggira attorno al 1,5 kg, espandibile, spallacci compatibili con la struttura femminile (leggasi presenza di tette percettibile) sottili e leggeri, fascia ventrale leggera, ma comodissima, lunghezza dello schienale regolabile, schienale rigido e tenuto ben staccato dal corpo, tantissime tasche, accesso laterale, e altri gadgets. Poi è azzurro, da sempre il mio colore.

Alla prova del fuoco (tappa 14 del GTA) si è dimostrato all’altezza del nome e delle aspettative: sta addosso senza pesare, senza ingombrare e senza fiaccare… cosa si può volere di più? Ora nel mio futuro vedo trek e hike con la schiena felice…

zaino in spalla e via viandare

Tappa 14 del GTA (o D39 della Via Alpina rossa) : Balsigia – Laux / Usseaux (I, +, ++)

La tappa ‘reale’ prevede l’arrivo a Usseaux, cis i può fermare al lago del Laux, poco sotto, ugualmente felici. Ed è quello che io ho fatto…

Logistica: Conviene partire con due macchine, una da lasciare a Balsiglia, l’altra al Laux, o a Usseaux (oppure contare sull’autobus che percorre la statale del Sestriere . Per andare a Balsiglia, arrivati a Pinerolo prendere la statale del Sestriere SS23 e seguirla sino a Perosa Argentina, indi entrale in Val Germanasca seguendo le indicazioni Pomaretto / Prali SP169. Seguire le indicazioni per Massello SP170 prima e per Balsiglia poi. Fate attenzione l’SP170 è molto stretta e parecchio sconnessa. Per andare al Laux (o a Usseaux) Prendere la Statale del Sestriere da Pinerolo (o da Perosa Argentina) e girare poi, passata Fenestrelle seguendo le indicazioni per Laux, o Usseaux.

Quote / dislivelli: 1375 (Balsiglia) / 2713 (Colle dell’Albergian) / 1343 (Laux). Dislivello: (+1338 / – 1370)

Tempi: 8h circa, a cui vanno aggiunta la tappa pranzo e eventuali bagnetti nel torrente Germanasca.

KM: 17,5

Classificazione: ‘E’. Sentiero ben segnalato e ben tracciato, nessun particolare pericolo, richiede un minimo di allenamento e di preparazione all’alta montagna.

Opinione Personale: Escursione quasi impegnativa con paesaggi molto belli. Splendide le viste sulla cascata del Pis, sul monte Pelvo e sull’Albergian. Il bagno sotto la cascata del Pis è impagnabile (I, +, ++) (*)

Periodo – Ore consigliate: Preferibile da metà primavera a metà autunno. Si scelgano giornate non piovose e non precedute da giorni di pioggia, perché dubito che alcune salite piuttosto ripide e il losaio sotto le casematte del Moremut siano piacevoli nel fango le prime e magnate il secondo. E’ preferibile cominciare la salita da Balsiglia ragionevolmente presto (le 7, probabilmente) perché sino quasi alle bergerie del Laux (ovvero passato il colle) non c’è ombra. Davvero, non ce n’è.

Acqua potabile lungo il percorso: Si, sono presenti diversi corsi d’acqua, ragionevolmente potabili.

Sentieri: Giunti a Balsiglia parcheggiare oltre il ponte, ritornati alle case della frazione, il sentiero 216-GTA risale il
vallone sulla destra del torrente  prendendo quota più decisamente nella prima parte tra pascoli e coltivi. Toccati alcuni casolari (Clot del Mian m 1491) prosegue in modo più tranquillo attraversando le miande di Ciampas e Ortiaré m.1637 e le praterie sottostanti alla parete rocciosa delle cascate, dominate a Sud dall’imponente parete del Monte Pelvo. Proseguendo sempre sul sentiero 216, che volgendo a dx rimonta l’erta balza rocciosa, ripido e tortuoso  e in seguito con un lungo traverso verso dx, in lieve salita, in circa 2:15’ si perviene alle Bergerie del Lausoun m. 2000. (Circa a metà della salita il sentiero passa a fianco di un masso con una antica incisione rupestre che rappresenta un alce). Il sentiero svolta bruscamente a sx e in leggera salita con una lunga diagonale direzione del pianoro sovrastante la cascata  porta ad attraversare un ruscello e poi un tratto in forte pendenza uscendo  sul pianoro “Fun la Pla“ m 2200, sede di alpeggio. (una traccia di sentiero che scende ad attraversare il torrente, che poi precipita a valle, porta alle Bergerie del Valloncrò m 2150,ore 2:45- fontana).
Proseguendo lasciamo a sx il sentiero 217 che sale al Colle Arcano ed al bivio successivo in prossimità di un grosso masso a quota 2336 m incontriamo a dx il sentiero 218-GTA (segnato in bainco e rosso, e spesso indicato come B). La salita inizialmente moderata diventa difficoltosa e zizagando raggiungiamo i ricoveri militari di Moremout. Sempre in salita il sentiero raggiunge il Colle dell’Albergian- ore 4:30. Dal colle si scende nel vallone dell’Albergian, costeggiando Il Grand Miuls e l’Albergian stesso lungo il sentiero  S/314-GTA. La mulattiera si fa più agevole verso quota 2150 circa, e benché il paesaggio si faccia via via meno interessante cominviano ad apparire fontane. Si scende lungo dei tornanti fino al bivio per  la bergeria di Pra del Fondo, da cui poi parte – volendo – il sentiero 313 dei laghi dell’Albergian. Proseguendo verso valle per l’S/314-GTA ci si inoltra nel bosco di larici (dove occhieggiano sculture di legno e appaiono qua e là fontane e panvhine), si costeggiano e a partire dalla bergeria del Laux (1719) le roccie del Laux. Il sentiero diventa una strada bianca avvicinandosi al Laux e poi asfaltata in prossimità del paese. 3h15 circa.

bassiglia-usseaux

Note: se avete un amico, germanaschino, che vi dice facciamo un giretto tranquillo, non più di 1000 mt di dislivello, niente di ché. Traversiamo da Balsiglia al Laux… Mandatelo a cagare subito. I germanaschini sono così… saltellano su e giù dal colle del Pis da quando sono piccini, e per loro è l’equivalente di una sgambatina al parco dietro casa. Abbattetelo. Prendete la carta dei sentieri e rifatevi voi il conto del dislivello e dei chilometri. Grazie per il giro, comunque, fogghino.

live @ Torino Beach

Se tu venissi a Torino

Se tu venissi a Torino ti porterei a vedere la pianura padana che si apre ai piedi della sacra di San Michele,  ti insegnerei a costruire gli igloo di neve, sulle mie montagne,  ti porterei a conoscere le marmotte impudenti che sembrano assunte dalla proloco o se dormono ancora andremmo a cercare gli scoiattoli al Valentino.

Se tu venissi a Torino ti poterei le notti a Pinerolo ad annusare il profumo della Galup che sforna i panettoni e altre ghiottonerie,  ti farei assaggiare i Gofri al lardo, su una piazza spersa tra le montagne,  ti insegnerei a camminare nei boschi senza perdere la strada.

Se tu venissi a Torino passeremmo un pomeriggio a ingozzarci di cioccolata calda sotto i portici del centro,  gireremmo a vuoto tra le strade secolari mentre ti racconto leggende secolari,  osserveremo la gente muoversi come formiche dall’alto della mole antonelliana ridendo.

Se tu venissi a Torino, anche questo maggio sarebbe un bel maggio. E anche se non verrai, a Torino, quest’anno sarà un bel maggio lo stesso.

mondo animale

Io e il lupo

foto di Martino Pizzol - https://www.flickr.com/photos/martinopizzol/
foto di Martino Pizzol – https://www.flickr.com/photos/martinopizzol/

Quando sono nata, il lupo italiano (canis lupus italicus) era ridotto ai minimi storici, il censimento di Boitani / Zimen riporta 100-110 esemplari nel 1976

Da ragazzina ero (già) strana. Alle medie, quando tutte le mie coetanee sognavano di vedere Simon Le Bon – o chi per esso – e giravano per i concerti, io giravo per i boschi sognando di vedere il lupo. Sognavo, sognavo solo, al tempo la popolazione lupesca in Italia si era ridotta a circa 250 esemplari (stima per il 1986 del gruppo lupo Italia).

Qualche anno dopo il mio primo (o quasi) fidanzatino rispondeva al fatidico “chi è?” al mio citofono con uno scanzonato “il lupo”. Correva l’anno 1991, io continuavo a scorrazzare nei boschi sognando. l’anno precedente il gruppo lupo Italia stimava 400 esemplari sul nostro suolo.

Attorno all’anno 2000 la mia presenza nei boschi e sulle alpi ha avuto un incremento notevole, grazie alla speleologia. Ho percorso a piedi centinaia di km essenzialmente  sulle alpi marittime. Erano gli anni in cui, timidamente il lupo aveva cominciato a lasciare gli appennini, per avventurarsi sulle alpi. In val Tanaro e Pesio, grazie anche agli sforzi dell’ente parco, il lupo era una presenza tangibile e talvolta visibile, e io l’ho visto sul Marguareis una tarda estate: un fantasma silenzio e sfuggente, timido e schivo. Non aveva niente a che vedere con l’essere crudele e spietato dei racconti dei nostri vecchi o delle favole, sembrava piuttosto uno spirito antico della montagna, pacifico e solo.  (erano gli anni dei primi avvistamenti stabili del lupo in Piemonte – il branco di Val Pesio e branco del Gran Bosco  sono documentati dal 1996 – , dei primi progetti piemontesi di studio, e il lupi in Italia, secondo la stima del gruppo lupo Italia erano 600).

Da allora ho continuato a camminare, guardando le orme e le ombre, ma lupi, liberi non ne ho più visti. Ho fatto però da spettatore della seconda fila esultando alla formazione di ogni nuovo branco nelle mie valli (branco di Bardonecchia: 2000; Branco della Val Chisone: 2000; Branco dell’Orsiera: 2006; branco della Val Germanasca: 2006) e sperando per ogni lupo ferito che stato avvistato, catturato e curato – o almeno ci si è provato.

Ad oggi il numero di lupi stimato in Italia è di 1500 (Luci e ombre sulla biodiversità italianaLupi, orsi, aironi. A volte ritornano),  e il lupo in provincia di Torino è diventato una realtà, uno sfuggente vicino di casa in cui si può incappare con un po’ di fortuna (vedi la vecchia lupa che lo scorso weekend ha fatto un salto in paese a Pragelato). 

Per quanto possano sembrare strani, a volte i sogni dei bambini si avverano. Il lupo sotto casa era uno dei miei.

Alle lupe di Pragelato, che hanno avverato il mio sogno. 

La vecchia lupa che ha visitato Pragelato a febbraio 2015 - foto di Stefano Martin
La vecchia lupa che ha visitato Pragelato a febbraio 2015 – foto di Stefano Martin

 

Hope, la lupa ferita  catturata e curata a Pragelato nel 2013
Hope, la lupa ferita catturata e curata a Pragelato nel 2013

 

fonti: