mondo animale, tra la via emilia e il west

Come un lupo…

Nella nostra cultura il lupo è un animale “orrendo”, famelico, assassino, opportunista. Nella nostra cultura dare a una persona del lupo, o a un gruppo l’epiteto di “branco di lupi” è un insulto, una macchia, una accusa.

I lupi e i loro branchi, nelle favole delle nostre nonne, si aggirano di notte pronti ad assediare case e cascina, assetati di sangue di bestie e persone.

Ma, sotto questa fama gotica, si nasconde un’animale ben diverso: un animale schivo, con una struttura sociale complessa e un grande senso del “gruppo”. Certo, bisogna avere la voglia e la coriusità di andare a scavare sotto il pregiudizio.

C’era una volta, e c’è ancora, un lupo. Questo lupo, che gli uomini chiamano Achille, ha un branco, il branco del Monte Rufeno. Achille un giorno, per sfiga, finisce in una tagliola, ne esce vivo – alla faccia di quel criminale del bracconiere – ma ne esce menomato per sempre. Achille, un animale selvatico, resta zoppo. Fa fatica a camminare, figuriamoci a correre o a cacciare. Ma non è Achille, il *mio* lupo. Il *mio* lupo è un qualunque lupo di quel branco, uno di quei lupi di cui le cronache non ci riportano il nome, ma che da due anni si prendono cura di Achille, cacciando per lui, aspettandolo pazientemente durante gli spostamenti, e combattendo metro per metro con il compagno sfigato. Perché non si lascia indietro nessuno, mai.

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live @ Torino Beach

Direi che la morte lenta è lontana

<<…Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza,
chi rinuncia ad inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica…>>

(A Morte Devagar – Martha Madeiros, 2000)

Oggi ho capovolto un tavolo, non sono infelice sul mio lavoro, come sempre navigo a vista nell’incerto scansando consigli. Ho un viaggio nel cassetto e un sogno attaccato allo zaino. La musica in cuffia e un libro mi aspetta a casa sul comodino.

Direi che la morte lenta è molto lontana.

live @ Torino Beach

La verità è che non sono nevrotica, e neanche iperattiva…

La mia vita è piena, molto. Ho mille interessi, e molte persone a cui tengo. Di conseguenza, spesso e volentieri le miei giornate, e serate sono spesso un susseguirsi mozzafiato di cose, persone, attività. Sei un po’ nevrotica, dice mia madre. Fai troppe cose, ti stanchi troppo, dice mio padre. Sei ipercinetica, nottambula, insonne, aggiungono i miei colleghi…

Nessuno di loro ha esattamente ragione, se non nella parte che implicitamente mi definisce non proprio proprio normale.

Un giorno ti accorgi che tutto è effimero: è effimero il tuo lavoro, l’amore della tua vita, i tuoi sogni sono effimeri, effimeri sono i progetti per il tuo futuro. Persino i luoghi e i monumenti possono sparire da un secondo all’altro (Palmira docet). Anche tu sei effimero, e fragile, nella mente e nel corpo. Tutto è destinato a sparire a ridursi in polvere, e lo fa spaventosamente in fretta.

Ogni istante che ho di questa mia unica vita, voglio semplicemente viverlo. Domani potrebbe non essere una realtà percorribile ed ogni singola cosa rimandata a quel giorno potrebbe rimanere lì, a mezz’asta. Non provata, non vissuta, non finita. Non so se c’è un nome nella letteratura psichiatrica per chi soffre di troppa voglia di vivere, di chi si ammazza di fatica per non perdersi per strada troppa roba. Continue reading “La verità è che non sono nevrotica, e neanche iperattiva…”

live @ Torino Beach

in Fa# minore

A casa mia ci sono tra i 24°C e i 26°C, d’inverno. Meraviglia del riscaldamento centralizzato. A casa mia, d’inverno, si fa nudismo domestico, e i gatti hanno il pelo più corto che in estate. A casa mia. d’inverno, il piumone è un oggetto decorativo che serve a dar volume ai bei copripiumoni colorati marca IKEA che appestano le case di ogni bohemien (ovvero squattrinato quarantenne). Il piumone lo usi per coprirti si e no un piede, la notte, altrimenti rischi di morire di disidratazione, come se ti addormentassi in sauna. Casa mia d’inverno ha preso il nome di Torino Beach, abbiamo anche gli ombrelloni e la sabbia, di bentonite.

Eppure, l’altra mattina all’alba, mi sono svegliata con un brivido glaciale, battendo forte i denti per un attimo. In una casa caldissima, per un attimo mi si sono rizzati i capelli piccoli sulla nuca, incapace di smettere di tremare. Un freddo devastante, innaturale, proveniente dal profondo dell’anima (se ne ho una), o giù di lì, quasi come se la nera signora mi fosse passata vicino e mi avesse accarezzato i capelli. Continue reading “in Fa# minore”

live @ Torino Beach

L’amore (a)normale

L’amore normale, ci insegnano a scuola, è fatto da una coppia sposata, due bimbi biondi, un maschio e una femmina, la casa del mulino bianco, il suv, la baita in montagna e la villetta al mare. Poi queste famiglie le conosci dal vivo e sotto la coltre di normalità striscia spesso la noia più nera (quando si è fortunati). E la noia a volte è una visione rosea.

Poi ci sono gli amori (a)normali.

Ci sono le coppie omosessuali, con o senza figli, sposate o meno (“famiglie arcobaleno”).

Ci sono le coppie che più che coppie sono relazioni a n:n con buona pace e piena accettazione di tutti i coinvolti (“poliamory”).

Ci sono gli spiriti liberi, che condividono la vita con una persona non condividendone però gli spazi domestici (“LAT” o “living apart together”) benché magari si risieda nella stessa città.

Ci sono quelli che pur convivendo non hanno intenzione di firmare un contratto in merito e non si sposano (“coppie di fatto”)

“Loro”, quelli “normali”, hanno creato una etichetta specifica per ciascun tipo di legame che esula dalla loro visione del mondo. Ci hanno classificati, come si classificano in specie e sottospecie gli animali:

  • homo sapiens sapiens iris
  • homo sapiens sapiens multiamor
  • homo sapiens sapiens solus habitans
  • homo sapiens sapiens non matrimonialis.

L’amore chiuso nelle gabbie, anche solo in quelle semantiche, non vive bene. Soffoca, e lentamente si trasforma o muore. La gioia del vedere una persona, semplicemente per il gusto e la gioia di passarci del tempo è una cosa che si perde con la routine del “dovere” stare a certi parti.

multiamor? solus habitans? non matrimonialis? iris? La felicità non risiede in una formula pre-scritta e legalizzata. La felicità salta fuori dagli angoli più inaspettati, con dei miracoli alchemici.

live @ Torino Beach

Bon Courage

Bon courage, dicono i francesi ed è un bel modo di augura buona fortuna a qualcuno. Amo quel bon courage perché sposta l’attenzione dalla casualità esterna, la fortuna, alla volontà e la determinazione interna, il coraggio. Ti sposta da una visione in cui tu sei un granellino di sabbia completamente in balia delle onde di un mare più grosso di te ad una visione in cui, tu, e solo tu sei il fulcro, o per lo meno hai la capacità di influire su quello che succederà.

Bon courage, forza e coraggio quindi. E fottiamocene della buona e della cattiva fortuna dei lupi a cui andare in bocca e delle balene in cui introdursi per via anale.

Tutti abbiamo momenti del cazzo, momenti in cui l’imprevisto arriva e arriva storto, e, come gli angeli dell’apocalisse, soprattutto non viene da solo. Inutile sperare nella fortuna o nella fauna, se sei nella merda evidentemente si sono già dati alla macchia. Ma su noi stessi, sulla nostra resilienza, sulla nostra determinazione e sul nostro coraggio possiamo sempre fare affidamento. Bisogna solo avere la forza di tirarli fuori, appoggiarli sul tavolo, guardare la tempesta e urlargli addosso Vieni pure avanti, io sono qui. Venderò cara la palle.

E la paura? La paura fa bene, è sana. Ti tiene sveglio e lucido.

live @ Torino Beach

Cicatrici

E’ cambiato il tempo (forse). Se c’è stato un inverno quest’anno, quell’inverno è finito.

Da buona piemontese, a partire dal primo giorno di primavera (indipendentemente dal clima), tolgo la giacca, metto le maniche corte e le scarpe estive. Piove? Grandina? Alluviona? E’ il tempo che sbaglia non io.

Quindi, caldo o freddo che faccia io sono semi-svestita. E il passato, che è rimasto a dormire sotto i maglioni tutto l’inverno, riemerge. E riemerge con prepotenza, perché la gente ti fissa, guarda di sottecchi e dopo un po’ chiede.

In un modo abitato da gente che vive tra il letto e il divano, da donne con la pelle liscia e rielaborata dal laser, da corpi i cui unici segni sono tatuaggi abilmente tracciati in una stanza sterile, le cicatrici fanno scalpore (e io ne ho parecchie). A me, invece, le cicatrici sono sempre piaciute, per le storie che raccontano, per il modo in cui vengono a scriverci addosso: indesideratamente, indelebilmente, istantaneamente.

Ognuno dei miei segni ha una sua piccola storia, e insieme fanno chilometri e chilometri di scorribande per il creato. Per ognuna di esse c’è stata un’anima (alla peggio la mia stessa anima) – per un attimo accanto alla mia – che l’ha disinfettata, cucita, curata, attutita. Sono in fondo testimonianze del fatto che certi posti, certi animali, certe avventure, certe persone sono esistite davvero. Sono una testimonianza indelebile di quello che io sono. Nell’era virtuale non è roba da poco.

A chi indaga, passata la timidezza, rispondo semplicemente che una ostinata voglia di vivere qualche volta lascia dei segni.

Si, perché io sono, per prima cosa e comunque, una creatura viva.

Non ho bisogno di facebook, io, per ricordarmi chi sono.

I bambini mostrano le cicatrici come medaglie. Gli amanti le usano come segreti da svelare. Una cicatrice è ciò che avviene quando la parola si fa carne. (Leonard Cohen)