live @ Torino Beach

in Fa# minore

A casa mia ci sono tra i 24°C e i 26°C, d’inverno. Meraviglia del riscaldamento centralizzato. A casa mia, d’inverno, si fa nudismo domestico, e i gatti hanno il pelo più corto che in estate. A casa mia. d’inverno, il piumone è un oggetto decorativo che serve a dar volume ai bei copripiumoni colorati marca IKEA che appestano le case di ogni bohemien (ovvero squattrinato quarantenne). Il piumone lo usi per coprirti si e no un piede, la notte, altrimenti rischi di morire di disidratazione, come se ti addormentassi in sauna. Casa mia d’inverno ha preso il nome di Torino Beach, abbiamo anche gli ombrelloni e la sabbia, di bentonite.

Eppure, l’altra mattina all’alba, mi sono svegliata con un brivido glaciale, battendo forte i denti per un attimo. In una casa caldissima, per un attimo mi si sono rizzati i capelli piccoli sulla nuca, incapace di smettere di tremare. Un freddo devastante, innaturale, proveniente dal profondo dell’anima (se ne ho una), o giù di lì, quasi come se la nera signora mi fosse passata vicino e mi avesse accarezzato i capelli. Continue reading “in Fa# minore”

kendo & jappy

disquisizioni di iaido

Ultimamente sto aiutando un mio compagnuccio di dojo a rendere efficiente il sito della Do Academy di Torino (ed è anche per questo che scrivo poco), dove faccio kendo. L’amico oltre ad essere un mio sempai (più alto in grado, più anziano in termini di pratica) kedoisticamente parlando e anche un infervorato iaidoka, e da un paio di settimane sta cercando disperatamente di convincermi a darmi (anche) allo iaido.

Amico: Vieni a fare Iaido, provalo su, almeno completi la tua formazione da Samurai. Poi ci sono “giovani” aitanti (n.d.r. qui c’è dell’ironia in merito all’età media della nostra sezione di iaido) 

Io: sai per me i quarantenni potrebbero essere aitanti… è una questione anagrafica. Mi rifiuto, però, di fare uno sport che: 1) si fa di sabato. 2) non prevedere il prendersi a bastonate. Anche se lo iaito è bello eh. bello bello.

Amico:  tanto sabato in autunno starai a casa a mangiare le castagne e poi ha coccolare Gattoscemo mentre guardi qualche recensione del gioco da tavolo di turno; se invece pratichi Iaido almeno maneggi qualcosa che ti piace e ti appaga.

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L’oscuro oggetto del desiderio, lo iaito, è descrivibile per l’immaginario collettivo come una replica delle antiche katane, in materiale diverso ovviamente e non affilata. Insomma una katana che non è un’arma… E per chi gioca a fare il samurai e a prendere a spadate la gente, beh è quanto meno evocativo.

zaino in spalla e via viandare

Perché mi avete rotto con il cammino di Santiago…

Da piccola detestavo camminare. Proveniendo, circa, da una famiglia di montanari, non voler camminare a piedi, era quasi grave. Mio fratello mi prendeva in spalla, nonostante le proteste dei miei, dicendo che non era importante perché ero leggera come una piuma. Quel leggero come una piuma è diventata nel tempo prima un leggera come una piuma di piombo e poi pesante come un ippopotamino. E fu così che, perso il privilegio di farmi trasportare, smisi di camminare. Facevo mille sport, ma per Giuda, camminare no.

Ho fatto una pace ruvida con gli scarponi a quattordici anni, per amore dei cavalli. Per andare in giro a fare i trekking a cavallo per le alpi, cavolo, bisognava anche camminare. Sono poi venuti gli anni degli avvicinamenti alle falesie, ed infine quelli della speleo. A forza di camminare per poi fare qualcosa ho finito per camminare per camminare.  Da anni, nel mio armadio c’è un paio di (begli) scarponi, un paio di zaini attrezzati di tutto punto, delle racchette (si, perché ho un ginocchio smontato, e mi servono. Cammino lo stesso), e un goretex. Ho camminato anche quando il mio mondo era molto buio, quando l’ho ribaltato e mentre ne creavo – e lo sto ancora facendo – un altro. E camminare mi ha aiutato a digerire la merda, a tenere la testa in asse, a sfogare la rabbia e a trovare energie e piacere. Insomma

…Io cammino…

Però non ho fatto il cammino di Santiago, e non lo farò. Non lo farò perché il cammino di Santiago sta al camminare, come Venezia sta all’Italia: bella, ci vanno tutti, la conoscono tutti, è commerciale ed è falsa come Giuda. Venezia non ha nulla a che fare con la realtà media dell’Italia. Non me ne frega niente, se per tanti, per molti ‘camminatori’ (o pellegrini, o viandanti) non hai visto nulla se non sei stato sul Santiago. Preferisco non aver visto nulla. Non mi importa se sul Santiago, si incontrano tante persone, si fanno tanti legami, magari si trova l’amore. Non ho bisogno di avere gli scarponi ai piedi per fare amicizie. Io con gli scarponi ai piedi cammino, medito, respiro. Per gli amici c’è la birreria. Non ho bisogno di facilitare i miei passi, stendendoli su strade ben mappate, con le insegne e le vetrine di ristoranti e alberghetti ogni metro, per passare la notte. Preferisco qualcosa di più intimo, o alla peggio, la gioia di una tenda sotto la pioggia. Me ne fotto della storia trascorsa a piedi, a passo lento, vivo in Italia, cazzo, ho tutta la storia che voglio, ad ogni angolo, in ogni pertugio. Soprattutto non ho nessun motivo per nascondere sotto un paravento di cultura la necessità interiore di fare un percorso di fede, con tutto il rispetto per chi ha seriamente una fede cattolica, io non ce l’ho. Infine, di sicuro, non ho bisogno di un cammino che tradizionalmente e immanentemente è un cammino di fede e di espiazione.

Vi lascio la vostra Rimini del cammino, io cammino altrove…

E che cammino, lo testimoniano le suole (finite) di un altro paio di scarponi.

live @ Torino Beach

D’amore e di possesso

L’amore ti cammina vicino, affianco. L’amore ti vuole come sei e dove sei, l’amore non strattona, non cerca di cambiare i tuoi piani, non ti trascina lontano dai luoghi, dalle persone e dalle cose che ami. L’amore parla sottovoce, non è geloso, non ti ferisce. L’amore sa ritirarsi in silenzio, se deve, e aspettare nel caso.

Il senso del possesso vuole camminare tenendoti al guinzaglio, ti vuole a modo suo, mai più lontano di un metro. Strattona, sbalza i tuoi progetti e ti allontana dai luoghi e dalle cose e sopratutto dalle persone che ami, dividi et impera. Il senso del possesso grida, fa casino, ti ingabbia, ti punisce, ti taglia ed esplode in un cascata di proiettili tutte le volte che ti allontani.

Scambiare il possesso con l’amore è un errore madornale, soprattutto per chi ne è l’oggetto, perché finisce sempre macellato.

E se ancora non riesco, non sempre, a non voler avere il possesso di qualcuno, almeno – anche se un po’ a denti stretti – gli lascio vivere la sua vita, vicina o lontana che sia, guardando in silenzio. So che chiedere, imporsi è strattonare è crudele, e ingiusto. E detesto quando viene fatto a me. Ho – e a mie spese – imparato  bene a distinguere bene tra amore e possesso quando ne sono l’oggetto e ad allontanarmi da chi pretende di controllare la mia vita, moroso, ex, amico o amica che sia. Basta sabotaggi.

Bye Bye.

il mondo attorno

Palio? No grazie.

Prove del palio di Siena anno 2015. Déjà vu.

I cavalli corrono allo stretto, con curve a gomito, sul tufo. Attorno a loro il carrozzone infinito dei palio: giudici, contradaioli, turisti. Tutti ammassati in piazza, tutti esaltati. Casino e adrenalina alle stelle. Al centro dell’attenzione e delle aspettative di tutti i cavalli, nervosissimi, eccitatissimi, sudati.

I cavalli partono, si spintonano e si fronteggiano sotto la guida esperta e severa del fantino. Una inciampa sul cavallo che la precede, cade, si frattura l’anteriore destro. Inutile la corsa in clinica, i veterinari possono solo constatare il danno non riparabile alla gamba e abbattere pietosamente l’animale.

Non è una novità, è una routine che chi è nel mondo dei cavalli conosce bene. Ai pali i cavalli che corrono non sono adatti, troppo esili, troppo nevrili, troppo veloci. I pali erano fatti per essere corsi con i cavalloni da guerra, da tiro leggero, a volte muli. I purosangue e i mezzosangue sono troppo potenti per quei circuiti sacrificati. E’ come fare correre una Ferrari sul circuito degli autoscontri. I cavalli cascano, si inciampano gli uni negli altri, tirano dritte le curve, e si spaccano. In tutta ‘pulizia’ l’animale viene caricato su un van, tra gli sguardi indifferenti della gente, e abbattuto altrove, lontano dagli occhi e dal cuore della festa.

In media al palio di Siena viene abbattuto un cavallo ogni 2 anni. E poi ci sono il palio di Ferrara, di Asti, quelli sardi, quelli siciliani e chi più ne ha più ne metta. I problemi (e spesso anche i cavalli che corrono) sono gli stessi.

Finché ai pali non correranno di nuovo animali ‘adatti’ al tipo di corsa che viene fatta, io mi rifiuto di parteciparvi. Non cambierà il sistema e certo mi sarò persa uno degli spettacoli più affascinanti della tradizione italiana, ma proprio perché amo profondamente i cavalli non posso sopportare l’idea di alimentare questo mattatoio.

(ne ho scritto altre volte… qui, qui e qui – e in quest’ultimo articolo, il copione è stato esattamente lo stesso di ieri, forse bisognerebbe che a Siena si ponessero delle domande.)

FONTE: http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2015/06/29/palio-sienainfortunio-cavalloabbattuto_27d82300-e025-463c-82d3-1b4e9580194e.html

kendo & jappy

Sexy kendo

Ti sei sempre chiesto come cavolo si faccia ad andare al dojo dimenticandosi ‘i pezzi’: keikogi, hakama o parti del bogu. Ancora ancora puoi pensare (e ti è capitato) di scordare gli shinai, stanno in una sacca a parte, ma i pezzi dell’armatura o della divisa, quelli che tieni sempre insieme, beh non sei mai riuscito a capirlo.

O per lo meno non sei mai riuscito a capirlo sin quando non sei tornato a casa alle 19.45 dal lavoro, la borsa di kendo da fare, i gatti da cibare e – marginalmente – devi ancora mangiare anche tu. Allora mentre infili due toast nel tostapane, rovesci la scatoletta di puro caviale albino delle Svalbard nella ciotola del gatto, lanci alla rinfusa la roba dentro la borsa: mutande, reggiseno sportivo, asciugamano, shampoo, balsamo, bagnoschiuma, deodorante, ciabattine, ciabatte da doccia, due tenugui, hakama, men, kote, tare, do… Poi chiudi la borsa, prendi la sacca degli shinai, le chiavi della macchina e ti precipiti in palestra,  perché si, devi arrivarci per 20.30.

Nel tragitto hai quella agile sensazione di aver dimenticato qualcosa, qualcosa di importante… ma in fin dei conti ci sei abituato a sentire il rimbrotto di quella vocina interiore e cerchi di sovrastarla col volume troppo alto della radio. Eppure quella vocina insiste, fastidiosissima.

Se il mio lettore kendoka è stato un po’ attento nel leggere l’elenco qui sopra ora saprà già che la mia vocina interiore aveva ragione….

Arrivo, trafelata come sempre, al dojo, mi caccio nello spogliatoio e rovescio la borsa sulla panca e uj! mi accorgo della drammatica realtà: ho scordato il gi. Che cosa cavolo è il gi?, vi chiederete voi….

Bene il gi è questo:

gi-ALL-2

beh, insomma uno dei pezzi fondamentali nelle arti marziali in genere, e nel kendo soprattutto perchè sopra il gi metti l’hakama ( e null’altro sotto, salvo le mutande, a differenza dell’aikido)… ovvero questo (o quasi, l’hakama da kendo è indaco in tinta unita ovviamente):

Traditional_Hakama_by_Lastwear

notate quell’orrore di boxer che si intravede sotto l’hakama del tizio? bene… si vede perché il gi è corto e non arriva a coprire quel terzo di coscia che l’hakama lascia scoperta. Ma il tizio ha i boxer e un gi che comunque fa buona parte del suo lavoro…

Adesso pensate di avere come unica alternativa al gi – che se ne sta bel bello appeso alla gruccia sotto la veranda del balcone, a casa –  la maglietta trendy che avevate in ufficio, quella che già di suo quasi lascia scoperto l’ombelico. Ecco, metteteci sopra l’hakama. Bene adesso giratevi di fianco e ditemi, che cosa si vede dallo spacco laterale dell’hakama? uno scorcio di mutanda (la mia nel caso era di un sobrio color militare verde mimetico e come sempre in formato francobollo) buona parte della chiappa ed una buona visuale sull’alta-coscia. Ecco si, questo probabilmente è uno dei sogni erotici di qualunque kendoka maschio, al meno finché non realizza che dentro a quell’hakama ci sono *io*, che più che ad un essere umano di sesso femminile assomiglio a Totoro.

totoro

In quell’istante il sogno di sexy-kendo si trasforma in una realtà piuttosto mesta.

Bene, mi prestavo mestamente a fare la mia comparsa così conciata – tra l’ilarità generale -, sperando che il tare avrebbe poi riparato il danno, quando un’anima pia è accorsa in mio aiuto con un judogi. E’ vero, il judogi é bianco, e per tanto un po’ appariscente in mezzo a un popolo di gente vestita in indaco, ma almeno copre il culo.

L’ilarità permane, i sogni (o gli incubi) di sexy-kendo per fortuna sono stati limitati.

#CinquantaSfumatureDiIndaco forever.

Non so perché ma qualcosa dal profondo mi dice che non succederà più che io dimentichi il gi.

live @ Torino Beach

L’amore da una parte sola non basta

L’amore da una parte sola non basta, Giò, le tue sono fantasie da masochista.
Non si regala l’anima a chi non è disposto a regalare la sua.
Chi non fa regali, non apprezza regali.
Tu cerchi Dio in Terra, e sei disposta a qualsiasi menzogna pur di inventarlo.
Ma Dio non si inventa, e neppure l’amore.
L’amore è un dialogo, non un monologo”
(Oriana Fallaci- Penelope alla Guerra).

tra la via emilia e il west

Gente di poche pretese…

Ogni tanto faccio viaggi in carsharing. Qualche tempo fa ho messo un annuncio per un rientro da Ferrara Stazione a Torino Porta Nuova, con eventuale (eventuale è la parola chiave) tappa a Bologna Centrale. Mi arriva la seguente risposta:

“Ciao. Siamo due amiche che vorrebbero un passaggio da Bologna-Torino di domenica. Giulia partirebbe da Maranello, io da Parma. Ci sono ancora posti? Potremmo trovarci ai  caselli autostradali. A Torino puoi portarci a porta Susa? ”

Quindi: mi stai chiedendo di fare due tappe per caricarvi in macchina, due tappe oltre a quella che farò già, e in due posti differenti – perché trovarsi entrambe nello stesso posto si sa è complicato. Inoltre mi chiedi di lasciarti a Torino in un altro posto, non esattamente comodo – visto che mi chiede una deviazione di una mezz’ora – da dove sarei andata io, posto peraltro che tu puoi raggiungere da dove ti avrei lasciata con ben 10 minuti di metro, 3 euro per due persone, 4 o 5 fermate.

Una fettina culo, la vuoi per caso anche?

Sarò io che sono poco disponibile verso il mio prossimo o saranno loro che non hanno alcuna idea di come si sta al mondo? boh… Ai posteri l’ardua sentenza. Comunque per quel che mi concerne le fanciulle se la possono fare a piedi.

ostinatamente ludica

Giocando si cambia – ovvero i giochi che non amo più: Evo.

foto cortesia di Santieiro, da BGG
foto cortesia di Santieiro, da BGG

Chi mi conosce bene, lo sa: vivo giocando. E’ una sorta di filosofia, una specie di eredità che ho acquisito da una persona a cui tengo moltissimo.

Ho amici di giochi e armadi – più piccoli di quelli di altri – da cui saltano fuori giochi come coniglietti il primo giorno di primavera. Sebbene abbia i miei preferiti, ogni tanto tiro fuori le scatole delle retrovie per fargli prendere un po’ d’aria. Ieri sera, a GiocaTorino c’era con me un Evo un po’ impolverato.

Ho adorato Evo quando lo ebbi in regalo, e forse anche questo ora non me lo rende così simpatico – come altri giochi. Ne adoravo la grafica, i materiali e soprattutto i meeples(*) a forma di piccoli brontosauri. Lo trovavo anche decisamente giocabile e interessante.

Ora, a distanza di 350 partite circa, lo amo meno. L’ho giocato ieri (in 5) e l’ho trovato:

  • ripetitivo, quindi noioso
  • lento a partire
  • con una rilevante componente di alea(**) (e nei geni, e nelle carte e negli attacchi)
  • squilibrato (alcuni geni migliorativi dei dinosauri sono incomparabilmente più potenti di altri)
  • ha una componente d’asta troppo rilevante
  • poco scalabile, ovvero in cinque è una tortura. Ricordo di averlo giocato in 3 o 4 di averlo trovato in 3 desertico e in quattro effettivamente giocabile

Continuo invece a trovarlo esteticamente un capolavoro.

E’ un gioco che va benissimo per giocatori non particolarmente esperti, in quanto a fronte di un set di regole non poi così complesso, permette un’ampia variabilità di strategie. E’ sicuramente bello nei materiali e piacevole nell’ambientazione.

Ma per un giocatore più assiduo delle tre l’una:

  • o è troppo lungo per essere un filler (ovvero un gioco da giocare in fretta, tra un cosa e l’altra, alla boia d’un Giuda)
  • o si prende troppo sul serio per essere un gioco cazzaro
  • o è decisamente sotto tono per essere un giocone che merita

voto: 5

A margine voglio precisare che questa non vuole essere in alcun caso una recensione seria di un gioco, c’è chi le recensioni le fa di già, e le fa benissimo. Le trovate in rete. Questo vuole solo essere un piccolo sfogo per un gioco che ho amato tanto, e che non amo più. Quasi tutte le storie d’amore hanno una fine, anche quelle con i giochi da tavolo.

Quindi vi prego, non chiedetemi di giocare a Evo…

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note per i non addetti ai lavori:
(*) meeples, quei segnalini di legno che muovete sulla plancia
(**) detto anche fattore culo. Non conta quanto giochi bene, conta quanto culo hai