Storie di altri mondi

Alla ricerca del cavallo perduto

Era un pomeriggio come altri, e stavo distrattamente leggendo una delle ancora molte pagine che mi aspettavano lungo il mio percorso da apprendista. Nemmeno mi ero accorta delle voci concitate che erano arrivate dalla scuderia qualche ora prima. L’aria tiepida sosteneva castelli di pensieri sottili e leggeri come carta, e ascoltavo davvero solo il loro fruscio, ogni volta che disgregandosi cadevano al suolo. La primavera non é fatta per studiare. Io non sono fatta per distinguere la voce di uno stalliere irritato da quella di un compagno esagitato. Un alterco, nato dal fatto che everwinus – si seppe in seguito – aveva deciso di far mostra della propria supposta padronanza della _vis animalis_, incontrando come ostacolo chi voleva proteggere l’animale in questione dalla parte di cavia a cui egli intendeva destinarlo, non rientrava tra le cause di cedimento strutturale di alcuna mia immaginazione. Semplicemente non me ne accorsi! C’erano le pagine, c’erano i pensieri, e l’aria tiepida dentro cui si incastonavano a volte come nel miele, più raramente come nell’ambra. Quando Malerba, a pomeriggio inoltrato, spalancò la porta con aria divertita e preoccupata al contempo, senza poterlo vedere fece precipitare una metropoli di frasi senza parole sospesa a mezz’aria: vertici di senso, torri di praticità, pozzi scuri senza fondo e strade che iniziavano e finivano nell’incrociarsi si fecero polvere in un istante, cadendo come piccole meteoriti. una scia lieve e grigia dietro il loro cadere tracciava i contorni di quel piccolo mondo, lasciando intuire il brulicare della vita che in esso scorreva come il s……
– Vichy!!!
Malerba ora era più che altro infastidita.
– Mi stai ascoltando?! Ho detto che dobbiamo andare! Adesso! Ogni minuto che passa trovarlo diventa più improbabile, e sai come Erik é affezionato a quella bestia…
Tutte le parole che non avevo ascoltato ma avevo sentito si misero in fila davanti ai miei occhi: l’alterco, il cavallo spaventato, la fuga. Tacendo, chiusi il libro e infilati gli zoccoli mi mostrai pronta alla partenza. Dovevamo recuperare il cavallo scappato nei boschi in seguito al tentativo di Everwinus di…non so, forse dominarlo. Provai una forte empatia verso quella bestia: chissà dove si trovava…Partimmo  in fretta, il primo Erik, il secondo, Malerba e io. Lei era la persona più adatta per svolgere un compito simile, nella foresta. E procedendo la foresta si infittiva, passo dopo passo, albero dopo albero. La luce del tramonto era trasfigurata in verde dal tetto di foglie che lasciava filtrare sempre meno brandelli di cielo.
Qui, le logiche e le relazioni includono una parola come una radice medicinale, un sospiro come il richiamo lontano di un uccello, uno sguardo come la corteccia dura sotto i polpastrelli. Il mio pensiero, qui, é come edera. Afferra alcune di queste perfette irregolarità, e sale lentamente verso il cielo nascosto, costruendosi, foglia dopo foglia, un mantello lussureggiante che posa lo strascico a terra. Qui l’edera sa stringere in una morsa le case, facendole crollare. Le rovine si coprono poi lentamente di muschio e licheni. E su quel tappeto verde la foresta puó riprendersi ogni pezzo rubato, smussare ogni angolo stonato. È cosí che qui vive il mio…
– Vichy! ssshh!
Malerba si era voltata verso di me e mi intimava di fare silenzio. Poi si girò di nuovo, e mi guardò con aria stranita. Forse si era accorta di quanto la sua richiesta fosse superflua? Mi incantai a guardarla: qui, lei si muoveva come una corrente forte nel mare. Le felci guidavano i suoi passi svelti verso appoggi silenziosi. Le foglie sussurravano alle sue dita le tracce di ciò che era e sarebbe da loro trascorso. Da dietro la dura scorza, fiumi di linfa scorrevano insieme con il suo sangue, assecondando il battito del suo cuore. Mi affascinava come sapesse _sentire_ il luogo. Sembrava sapesse ascoltare il tempo rallentare e condensarsi come brina sulle foglie…
Un delicato strattone mi trasportò perfettamente dietro di lei, al sicuro. Ma al sicuro da cosa?
Malerba e gli altri due si scambiavano brevi parole concitate. Pensai che avessimo trovato il cavallo, finalmente! La notte ci inseguiva e le gambe cominciavano a sentire la fatica. Poi il viso della mia guida si avvicinò serio e, facendomi segno di tacere, mi invitò a sbirciare oltre i cespugli. Guardai: a qualche decina di metri da noi sostava un animale molto dissimile da quello che stavamo cercando. Era come una piccola montagna di pelo ispido, con corte e forti zampe che terminavano in robusti zoccoli scuri. Il grugno mi spaventò per le sue dimensioni: due piccoli occhi neri erano incastonati su di un cranio grande circa quanto me, dal quale spuntavano due impressionanti zanne giallastre. Trattenni un gemito di paura quando per un attimo ebbi l’impressione che quell’animale stesse incrociando il mio sguardo…fu allora che, senza dire nulla – ma io sapevo che si trattava di una decisione ponderata – Malerba ci fece cenno di allontanarci. Esitando un po’, la seguimmo. Quando fummo al sicuro, Erik le fece notare che in quella zona c’era la grotta per “quella cosa degli apprendisti”, chiedendo se non sarebbe stato meglio uccidere quel grosso cinghiale prima dell’evento. Ero molto curiosa ma non feci domande. Ascoltai invece le parole della mia maestra:
– Non siamo qui per interferire con la natura del luogo. Eliminare un’istanza del fenomeno non elimina il fenomeno. Uccidendo un cinghiale non faremmo che acuire la necessità del terreno di essere divelto. Le radici chiamerebbero un altro cinghiale a portarle alla luce…e sapete bene quanto velocemente un altro animale potrebbe crescere in quel modo, da queste parti.

Rientrati, non facemmo parola del nostro incontro vicino a “quella grotta”. Io non ne chiesi il perché ma sapevo che quella che poteva apparire noncuranza era invece azione dettata da una scelta – che Malerba aveva sicuramente ponderata il giusto.

(Grazie  a Roby…)

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Solstizio

La mattina del solstizio Marie-Ange si alza ben prima dell’alba. Aiuterà la sua tutrice ad officiare il rito di mezza estate e, l’idea non le piace così tanto. Ha avuto tutte le istruzioni necessarie, ma pochissime rassicurazioni in merito. Vista la natura del suo apprendistato, ha il vago dubbio che l’offerta sacrificale di quest’anno sia lei. Benché sia una bambina coraggiosa, proprio serena, stamattina non è. Inspira ed espira piano mentre si infila la sua tunica bianca

E’ ancora notte quando tutta la popolazione magica del piccolo convitto si mette in fila per due e si avvia silenziosa nel bosco. La maestra di Marie-Ange, con una torcia in mano, cantilena una preghiera antica, in una lingua perduta, che sembra scandire l’incedere della piccola processione. Marie-Ange le trotterella attorno trascinandosi dietro alla bella e meglio tutto l’occorrente: una gabbia con una colomba bianca, un coltello ricurvo, del pane, una brocca di latte, una scodella. Il tutto fa un bel po’ di trambusto e strappa qualche sorrisino ilare degli altri bambini e qualche sguardo qua benevolo e là irato dei maghi.

Qualche minuto dopo il bosco si apre, in una piccola radura. La comitiva si ferma al limitare di essa mentre la piccola albina e la sua maga si muovono a passi lenti verso il centro. La cantilena continua nel suo ritmo ipnotico fino al centro esatto del luogo, poi cala il silenzio. Marie-Ange posa tutti gli oggetti davanti a se, in ordine: la colomba, la ciotola, il latte, il pane. Quindi impugna saldamento il coltello, lungo quasi come il suo avambraccio.

Una nuova preghiera, molto più brusca viene intonata dalla maga al suo fianco e alla luce della torcia piantata saldamente nel pavimento i suoi movimenti appaiono grotteschi e innaturali, la sua voce si distorce in un ringhio imperioso. Marie-Ange respira forte e deglutisce, aggrappata al suo coltello. Non si rende conto di quanto anch’ella sembri spettrale aglio occhi degli altri bambini al bordo della radura.

Quando nella radura sente eccheggiare la parola dith, con la piccola mano bianca afferra la colomba terrorizzata nella gabbia, la estrae svelta e con un colpo netto della mano sinistra la taglia la testa, inginocchiandosi, e lasciando fluire il sangue rosso nella ciotola ai suoi piedi.  Poi, sempre in ginocchio, versa il latte sul pane e subito dopo il sangue ancora caldo. Quindi si alza, in tutta la sua piccola statura e fissa un punto buio nel bosco da cui proviene un rumore profondo di immensi passi e uno scricchiolio di fronde e rami spezzati. Grandi brividi di paura le scendono lungo la colonna vertebrale…

(continua…)

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Cavalli e Giganti

Everwinus continuava a chiedersi come fosse possibile, con tutto il potere della magia di cui Georghen gli aveva parlato, che l’unico incantesimo per riuscire a farsi benvolere da un cavallo e montarlo fosse l’ultimo che avrebbe imparato, tra anni ed anni, proprio alla fine dell’apprendistato. Aveva in mente che non gliela stessero raccontando giusta…così un pomeriggio chiese a Salongo di ospitarlo ogni tanto nella ricca biblioteca del suo maestro Trax e iniziò a studiare.

In qualche tempo si convinse di non aver bisogno di imparare un incantesimo apposito ma che bastasse mettere insieme quello che aveva imparato su come indirizzare la magia verso gli animali…un piccolo trucco che calmasse un cavallo per il tempo necessario a saltargli in groppa e partire al galoppo verso il suo maestro…poi tutte le ore di allenamento in sella del suo passato a Vienna avrebbero fatto il resto. Grazie a Salongo scoprì anche che con un’oretta di meditazione apposita una singola magia di sua scelta avrebbe potuto scorrere ancora più potente in lui.

Così una notte finse di dormire in modo da poter sgattaiolare fuori prima dell’alba, anzi decisamente prima per evitare quella piccola peste di Marie-Ange con il suo rito dell’acqua, perché era sicuro che lei l’avrebbe fatto scoprire. Si allontanò nel bosco in direzione opposta rispetto alla fonte e meditò come meglio poteva sui cavalli e sulla calma che avrebbe voluto instillare loro. Quando gli parse di aver terminato i preparativi al meglio tornò verso l’accampamento e si diresse verso la stalla – doveva evitare di svegliare quei rompiscatole che dormivano lì, Eric ed Erik, che di sicuro non gli avrebbero lasciato portare via uno dei cavalli senza fargli cento domande, distraendolo sul più bello.

Mentre tirava via con sè il primo cavallo che gli capitò a tiro però le cose iniziarono ad andare per il verso sbagliato: un nitrito di troppo ed ecco Erik bello sveglio e pronto a rovinare i suoi piani. “Georghen sa tutto sai? E’ lui che mi ha detto di venire a prendere un cavallo: è per un esercizio! Va fatto per forza di mattina presto per questioni magiche che tu non puoi capire! Fidati che te lo riporto sano e salvo in meno di un’ora. E se proprio non vuoi fidarti seguimi, sarà veloce ma soprattutto sarà divertente” – Everwinus era già convinto di aver sprecato la notte insonne perché lo sguardo iniziale di Erik non gli parve molto conciliante, ma in qualche modo le sue parole lo convinsero…o forse era ancora troppo assonnato per mettersi a ragionare con lui. A quel punto era agitatissimo ma contento: avrebbe placato il cavallo di fronte al suo maestro con anche un testimone, in questo modo il suo successo non poteva venir messo in dubbio o contestato (Georghen era solito sminuirlo ed era molto bravo con le parole…era sicuro che senza la presenza di Erik in qualche giorno avrebbe convinto anche Everwinus stesso che in realtà l’incantesimo fosse stato lanciato da Georghen un mese prima per tenere buoni tutti i cavalli della Germania del nord). Questo doveva valergli un mese senza il turno di aiuto in cucina, come minimo…e magari anche di poter andare a cavallo ogni volta che ne avesse avuto voglia.

Non aveva finito di pregustarsi la vittoria che vide Georghen uscire dalla capanna guardandolo di sbieco – d’altronde in quel momento stava praticamente trainando quel grande cavallo nero, con Erik a pochi passi che li seguiva praticamente brandendo la spada. A quel punto si fermò, mantenenne la presa sulla briglia con una sola mano e compì il movimento che aveva tanto studiato con l’altra: un gesto rapido che partiva secco come per voler tirare una briglia immaginaria che finiva però con una carezza sulla criniera dell’animale. In contemporanea pronunciò le parole che avrebbero dovuto liberare la sua magia “Placa, o eque, spirituum tuum” e si preparò a saltare in sella.

Ma invece dell’esclamazione di sorpresa che si aspettava di sentire udì una risata…e subito dopo si ritrovò con una spalla sanguinante per il morso del cavallo e soprattutto…senza cavallo sotto di sè, ma piuttosto il contrario.

A quanto pare la magia non sempre seguiva la volontà di chi l’aveva invocata.

(Per cortesia di Elena G.)

Storie di altri mondi

autunno medievale

Man mano che l’estate cede il passo all’autunno Marie-Ange, come gli altri bambini, si trova sempre più impegnata nel suo apprendistato. Le sue giornate iniziano prima dell’alba, prima di quella di tutti. Si alza silenziosamente, si butta addosso la sua tunica di lana bianca, si lega i boccoli biondi in una lunga treccia e si precipita, gareggiando con il nascere del sole, verso la sorgente nel bosco. Qui si inginocchia e attende che il primo raggio di sole filtri tra le fronde della quercia secolare e squarci l’acqua cupa, inondandola di riflessi verdi e azzurri. Quindi immerge la ciotola di legno che ha portato con se, senza creare spruzzi, e rapisce quel primo raggio di sole sussurrando un’antica cantilena in una lingua ormai dimenticata.

Abnoba, spirito di questa foresta e di queste acque chiare accetta, ascolta la richiesta di questa tua giovane figlia. Abnoba fai che nelle tue acque e nel tuo bosco io possa sempre trovare di che sfamarmi, dissetarmi e nascondermi dai miei nemici, e che questo avvenga anche per i miei fratelli e le mie sorelle

Poi, dopo avere bevuto un sorso f’acqua dalla ciotola, si dirige cautamente verso il convitto, senza rovesciare una singola goccia d’acqua. Lì ripetendo la stessa invocazione appoggia la ciotola sul piccolo altare di pietra scura dietro al laboratorio della sua maestra e felice di aver eseguito scrupolosamente questo importantissimo rituale e si precipita a divorare la colazione a base di pane e noci, con gli altri ragazzi. Al tramonto, alla fine di una lunga giornata passata tra studi il laboratorio e rituali nel bosco, Marie-Ange ripete al contrario lo stesso rito dell’alba, riportando alla fonte quella stessa acqua, sugli stessi passi, con le stesse antiche parole. Si precipita poi verso la cena e le chiacchiere serali con i suoi coetanei.

I giorni si ripetono così, in attesa del solstizio di inverno. All’approssimarsi del quale una certa irrequietezza, mista ad una buona dose di entusiasmo invade l’aria del convitto.

Sarà una bella emozione e una bella prova per te, Marie-Ange, questo solstizio” continuano a ripetere i magi.

 

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Everwinus e il sangue dei giganti

Dopo l’ennesimo tentativo di scatenare una gara di corsa con i suoi nuovi “compagni” durante lo spostamento del bestiame Salongo chiese ad Everwinus perché fosse così alla ricerca della competizione e sempre pronto a punzecchiare gli altri. Non essendo un gran chiacchierone in principio brontolò soltanto che lì si annoiava. Gli altri lo guardarono straniti – anche più straniti del solito – aveva in effetti capito che tutti loro prima di arrivare lì avessero vissuto in maniera molto solitaria e che quindi per loro queste quattro tende, le quotidiane lezioni e le chiacchiere serali rappresentassero una vita non solo nuova ma anche piena.
Si decise a raccontare un po’ della sua infanzia a Vienna soltanto pensando che forse spiegando loro del suo entusiasmante passato avrebbe potuto convincerli almeno a vedere chi riuscisse ad arrampicarsi in cima al misterioso masso nel centro dell’avvallamento, magari capendo cosa avesse di tanto speciale.

Anche io son sempre stato guardato con un misto di diffidenza, paura e fastidio da parte degli altri ma, almeno in principio, i miei genitori mi dissero che fosse per via della mia incredibile stazza. C’era qualcosa nella mia famiglia che ogni tanto faceva nascere qualcuno più grande del normale…questo poteva essere un vantaggio ma avrei dovuto imparare a gestirlo nel modo giusto, senza badare alle reazioni degli altri e andando per la mia strada. ‘Tutta invidia’ – diceva mia madre.

Non capivo bene perché dovessi avere un precettore tutto mio, diverso dai miei fratelli e sorelle, e perché fosse lo stesso per il maestro di spada…ma non mi potevo troppe domande. In tutti i momenti possibili abbandonavo gli studi solitari per andare a giocare con i miei fratelli e altri bambini: non sembravano mai troppo contenti di vedermi arrivare ma io
appunto non ci facevo troppo caso e il più dei giochi che facevamo avevano una buona dose di violenza quindi il mancato affetto non mi sembrava poi così speciale.

Fu quando mio padre mi portò con sè ad una delle cene offerte dal suo principe per i suoi valvassori che mi divenne chiaro che il mio problema non fosse solo nell’essere grande e grosso: tutte le persone sedute vicino a me al banchetto reagirono in maniera stizzita e io e mio padre, con tutto il nostro seguito, fummo costretti a mangiare in un tavolo discosto dagli altri. Per la prima volta vidi mia madre guardarmi con un distacco nuovo: come se un suo timore nascosto avesse preso di colpo forma in tutto e per tutto.

Al ritorno fui spedito direttamente dal precettore che mi spiegò come non potessero più nascondere il fatto che in me, oltre al Sangue dei Giganti, scorresse anche un altro umore…non in più rispetto ai quattro principali, ma che si sommava a tutti loro: il dono. Per la seconda volta mi sentii raccontare che però questa mia caratteristica mi avrebbe potuto dare grandi vantaggi se avessi imparato a gestirla nel modo giusto. Non aspettai nemmeno che mi spiegasse di che si trattasse e
andai a rifugiarmi nella stalla. Fortunatamente uno dei cavalli della mia famiglia era nato quasi insieme a me e a differenza degli altri non sembrava aver timore: cavalcarlo in lungo e in largo mi era sempre piaciuto ma da quel momento in poi
domandai a mio padre di ridurre le lezioni di tiro con l’arco in virtù di quelle a cavallo – avevo in mente di dedicarmi a qualche gara di abilità, almeno finché non sarei diventato decisamente troppo pesante per poter saltare in groppa ad un cavallo in maniera soddisfacente.

Da quando mi parlarono apertamente del dono cambiarono anche i rapporti con i miei compagni di gioco: se ero destinato a non piacere loro tanto valeva non provarci nemmeno e sfruttare il mio vantaggio fisico in tutto e per tutto. Quando non
ero a cavallo mi esercitavo con la spada e ne facevo buon uso anche dopo le esercitazioni. Le lezioni di logica, latino e tutto il resto proseguivano in solitaria senza troppi problemi: non adoravo lo studio ma non faticavo a ripetere la lezione del giorno prima al mio precettore…preferivo però imparare le cose provando a farle piuttosto che memorizzando regole
grammaticali. In ogni modo le mie giornate erano molto più piene di ora: nessuno dei miei fratelli o dei figli dei servitori di mio padre si rifiutava di correre con me o tirar di spada. Purtroppo in uno di questi scontri finii per dare una stoccata di troppo ad un mio fratello minore rompendogli un braccio: la pazienza dei miei genitori sembrò esaurirsi di colpo.

Mio padre mi convocò dopo cena per dirmi che lì a Vienna, con loro, non avrei potuto continuare a stare e che stava cercando un nuovo precettore speciale per me che mi avrebbe portato lontano per un periodo di studio. Non lo presi sul serio: lontano? Sarebbe stato al massimo a Salisburgo, dove già erano stati mandati molti miei fratelli e sorelle per gli
studi avanzati. Da questo capite il mio umore quando apparse Georghen nel mio cortile e mi porto via con lui, ben oltre Salisburgo…

oltretutto fino ad ora tutto questo vantaggio derivante dal Dono non l’ho percepito: non riesco nemmeno a ridurre uno di questi brutti cavalli neri a starmi appresso come il mio Helios a casa…

(Elena R.)

Storie di altri mondi

La piccola Vichy

Una sera, nella capanna dove i ragazzi risiedono, Vichy racconta la sua storia…

“Il mio villaggio si trova da qualche parte nelle zone boscose intorno a Parigi, ma non saprei
tornarci. Tanto non ne ho alcuna voglia! Quando stavo lì, anche se non capivo il perché, tutti mi
trattavano rudemente, le rare volte che non mi evitavano. Mia madre, mio padre, i miei fratelli e
tutti i bambini della mia età, più piccoli e più grandi, non riuscivano a fissarmi negli occhi per più di
pochi istanti, e poi trovavano sempre un motivo per congedarsi: che tristezza! Eppure non tutti
erano cattivi…semplicemente, c’era qualcosa in me che, io credo, faceva loro sentire a disagio. Ci ho
messo poco a capire che sola come ero sarei rimasta. Piano piano gli altri hanno smesso di
interessarmi: era una battaglia persa! Quindi nell’ultimo periodo passavo sempre più tempo a
esplorare la boscaglia intorno alle case, spingendomi sempre più in là, tornando sempre più tardi. La
cosa non sembrava turbare nessuno, dunque a volte mi fermavo fuori anche la notte. Per sicurezza
dormivo sugli alberi, ma in realtà anche nel bosco mi capitava di non incontrare mai essere vivente
che fosse attirato dalla mia presenza. Una volta, dopo un acquazzone, sedevo sul bordo di uno
stagno, e un grosso topo spuntò da un tronco cavo, per bere dalla chiara pozza d’acqua ancora
increspata da rade gocce di pioggia. Vedendolo, mi venne una gran voglia di accarezzarlo: era
veramente un animale adorabile! Ma non feci nemmeno in tempo a pensare a come sarebbe stato
morbido il suo pelame autunnale sotto i miei polpastrelli: a pochi passi dal tronco, l’animale si
accorse di me e in un singolo scatto schizzò a nascondersi nel sottobosco. A me rimasero solo
l’odore di terra bagnata e un bosco vuoto. Mi accadde più volte di spaventare in questo modo gli
animali che per qualche motivo finivano per avvicinarmi. E devo dire che mi è sempre spiaciuto,
più di quanto mi spiacesse di non avere amici umani.
Durante una delle mie lunghe esplorazioni, in cui finivo ogni volta per scoprire lo stesso luogo
disabitato, come al solito sentivo da ore soltanto lo scricchiolio di rametti e sassolini sotto i miei
passi. Ad un tratto, mi fermai: l’istinto mi aveva imposto di nascondermi dietro un folto cespuglio
(per fortuna, per il momento, almeno le piante non scappavano se mi ci avvicinavo) e di scrutare la
radura che si apriva di lì a poco. Al centro, riconobbi un antico albero in cui spesso mi imbattevo
durante le mie esplorazioni: mi era sempre sembrato, non so come mai, il centro del bosco. Ed era
sempre stato lì, da molto prima che ci passassi io, da molto prima che nascessero tutti quelli che al
villaggio non riuscivano a guardarmi negli occhi per più di qualche istante. Mi piaceva da sempre,
quell’albero. Forse anche per questo mi sentii doppiamente sconvolta a riconoscere, adagiata sopra
la fitta rete delle sue radici, una figura umana. Stranamente, il mio istinto non mi impose di
schizzare via, come aveva fatto quel topo vedendo me. Me ne stetti lì, a scrutare affascinata: sulla
pelle diafana di quella che riconobbi come una donna, segni luminosi che non avevo mai visto si
muovevano lentamente, trasformandosi l’uno nell’altro in una danza armonica che pareva non aver
mai avuto inizio e non poter avere fine. Forse me ne stetti lì a guardare troppo a lungo, o forse
quella presenza si era accorta di me da molto tempo, fatto sta che all’improvviso mi chiamò a gran
voce: “Ehi, vieni fuori da lì dietro il cespuglio!”. Feci un salto alto più di me, o meglio, lo fece il
mio cuore. Io rimasi immobile, come quello scarafaggio che avevo spaventato nel granaio qualche
anno prima: avevo cercato di attirarne l’attenzione chiamandolo, e lui in tutta risposta si era
deliberatamente ribaltato al centro del pavimento, mimando alla perfezione la pace dei sensi. Ora
capivo come si doveva essere sentito. Ci misi qualche secondo a trascinare le mie gambe pesanti
allo scoperto. La donna mi guardava con gentilezza. Seppi all’istante che non dovevo temerla, e mi
avvicinai. Dopo, accadde una cosa che non aveva mai avuto occasione di accadere prima: mi
accorsi, con un po’ di spavento, che per quanto volessi sapere di lei, o soltanto salutarla e dirle il
mio nome, non mi era possibile muovere la lingua, e i miei occhi si erano inchiodati sulla corteccia
rugosa del tronco dietro di lei. Suppongo che nel frattempo a lei scappasse da ridere, ora che la
conosco bene. Ma non potevo farci nulla! Dopo quasi un minuto (credo), che di certo conteneva una
o due eternità, potei spostare lo sguardo sulla sabbia che, al suolo, era incorniciata dalle robuste
radici. Con un lungo ramoscello, lei vi aveva tracciato un cerchio quasi perfetto. Ora potei
incrociare il suo sguardo: ero io, questa volta, a non poterlo sostenere per più di qualche secondo.
– Lo romperesti, questo cerchio?
Mi chiese con un sorriso. Io scossi la testa: mi sembrava così perfetto, così liscio, così regolare. Un
circolo illimitato, un po’ come il tempo che ogni volta mi accompagnava da una notte alla
successiva, una linea impercettibilmente curva verso il proprio inizio, piana ripetizione dei miei
passi in un deserto dalle mille forme, parco di vita.
Lo ruppe lei: con un gesto deciso il legnetto tratteggiò, alzando una nuvoletta di sabbia, la
distruzione della linea. Da quel momento, dentro di me, seppi che nulla sarebbe stato come prima.
– I cicli includono la necessità di essere rotti, ogni volta. Questa sarà la tua prima lezione.
Senza aspettare la mia reazione, la donna si alzò in piedi.
– Io resterò qui per i prossimi tre giorni. Vorrei che tu tornassi qui, per venire via con me. Se al
calare della terza sera da oggi non ti vedrò, lascerò per sempre questo bosco.
Poi, scorgendo l’aria interrogativa sul mio volto, aggiunse:
– Ecco perché forse ti interessa venire…
E con un ampio gesto della mano, mi indicò qualcosa alle mie spalle. Quando mi girai, non potei
fare a meno di spalancare la bocca dalla sorpresa. Per la prima volta nella mia intera esistenza, vidi,
tra i rami e le foglie di quella foresta, il brulicare incessante delle più svariate forme di vita che in
quel momento, per qualche strana magia, non se ne erano fuggite da me. Io non ricordo bene, ma
penso che potrei aver lasciato scappare una lacrima…ero molto felice! Mentre mi giravo
nuovamente verso di lei, il mio stupore estatico fu perfezionato da una grossa farfalla a dir poco
meravigliosa, che, sbattendo con grazia le sue enormi ali coloratissime, mi si posò delicatamente
sulla spalla. Mi facevano male le guance perché non avevo mai sorriso così tanto. Capii che entro
tre giorni avrei raggiunto quella donna e sarei partita con lei. D’altronde, non avevo granché da
lasciarmi alle spalle. Lo capì anche lei, o forse già lo sapeva. Non rimaneva che tornare al villaggio,
raccogliere le mie cose, dare le poche spiegazioni che mi avrebbero chiesto, e percorrere un’ultima
volta il sentiero sterrato verso il bosco. All’alba del giorno successivo, cominciammo il nostro lungo
cammino insieme, verso nord.”

(Roberta B.)

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Nuovi amici

Nelle settimane seguenti man mano il piccolo agglomerato di case nel bosco si popola. Alla comitiva di Marie-Ange e a quella che ha portato attraverso migliaia di chilometri per mare e per terra Salongo sin li, si aggiungono via via altri piccoli gruppi, del tutto analoghi ai loro. C’è Vichy, una silenziosa bambina francese con lo sguardo fisso nel vuoto, che ha viaggiato a piedi per tutta la Francia e metò della Germania, sotto la guida di una strana donna coperta di tatuaggi incomprensili. A scappellotti e trascinandosi dietro un recalcitrantissimo cavallo è arrivato poco dopo anche Edwino, il gigatesco, arrogante e maldestro ragazzino Austriaco. A otto anni è già alto come un adulto e al suo svetta una vecchia spada da guerra, dice di suo nonnno, che non esita a puntare al petto di chiunque incrontri. Infine appaiono due eleganti signori, vistosamente fratelli, con al seguito un bulletto biondo, cosparso di lividi è cicatrici, che non fa presagire nulla di troppo buono.

Attorno a questa eterogenea comunità orbita un mondo più ordinario: un paio di mercenari assoldati, qualche cacciotore, un cuoco, un paio di lavandaie e servette.

Per la fine dell’estate il biccolo villaggio nel bosco a ritrovato la sua routine e gli arrivi (o le visite) di stranieri si sono del tutto scomparse. I ragazzini sono stati alloggiati in un’unica casetta di legno, dove hanno il tempo di conoscersi, raccontarsi le loro storie, e scambiarsi idee e infromazioni in merito alle ore che passano con i rispettivi tutori. Le loro giornate trascorrono tra piccoli compiti quotidiani (badare alle pecore, andare a prendere l’acqua e via dicendo) e lunghe (e noiose ore) trascorse in laboratorio ad aiutare i loro tutori e a cercare di imparare quelle nozioni di storia, teoria magica e buonsenso che questi ultimi tentano disperatamente di far loro entrare nella testa.

Così, tra il maceramento di un’erba, una provetta, il gregge di pecore da accudire e le chiacchierate serali nella casetta nel bosco i bambini apprendono che il loro destino di studi sarà via via differenziato a seconda della casata di appartenenza del loro tutore. Solongo diventerà un Bonisagus (i maghi più teorici, studiosi e tranuilli), Vichy diventerà un Criamon (un mago trasendente dedito alla ricerca magica e filosofica dell’Enigma) e la sua pelle – come quella della sua maestra – man mano si ricoprirà di strani tatuaggi, Edwino – come ben fa presagire il suo carattere – crescerà in un bellicoso Titalus (maghi che più di tutti si impegnano nel confronto diretto, nella competizione, nella guerra), e Marc, beh Marc esercita le sue arti da ragazzaccio di strada per sfuggire alle lezioni di teoria magica e per tanto ancora non ha capito cosa sarà del suo destino. Marie-Ange, invece, scelta proprio in virtù delle sue discendenze scelte e druidiche, diventerà un Diedne (l’antica casata druidica sterminata dal tribunale quasi cent’anni prima, sotto l’accusa di praticare riti demoniaci e sacrifici umani), ma questo è un piccolo segreto, che è ben risaputo all’interno del piccolo convitto, ma che è meglio custodire gelosamente….

Storie di altri mondi

il bianco e il nero

Sono passati 20 giorni di viaggio, milioni di passi infilati uno davanti all’alto, infinite ore di boschi e scogliere a picco sul mare. La piccola comitiva di cui Marie-Ange fa parte ha cavalcato ininterrottamente tra i boschi, le spiagge e le scogliere che delineano la fine dell’Europa a Nord, lungo il canale della Manica.

Tutte le mattine, all’alba, e tutte le sere, appena tramontato il sole, la bimba ha visto la sua nuova maestra compiere gli stessi gesti, la fronte ben alta e gli occhi violaci puntati nel sole, accompagnati dalla stessa cantilena in quella lingua strana, che ora sa chiamarsi latino e che sta, via via, imparando a capire. Tutte le volte, dopo questo rituale – chiamato Parma Magica -, il mondo sembra sollevarsi un poco e guardare la piccola albina con occhi meno diffidenti. Tutte le volte, appena finito il rituale il bel cavallino morello torna ad essere un buon  amico, caldo e allegro.

Man mano che la strada si è consumata la nuova tutrice di Marie-Ange ha cominciato a spiegarle, a insegnarle cose, il latino in primis, l’amore e il rispetto per gli antichi dei in secundis. La piccola albina finalmente comincia a capire alcune cose. Sa, ora, che, in qualche modo, ha del sangue druidico – raramente in alcune persone delle vecchie terre celtiche ancora riappare – e che questo le ha donato quell’aspetto molto particolare e sicuramente il dono di interagire con il mondo in modo diverso dal normale, un dono che, se adeguatamente gestito e coltivato può portare a controllare la magia. Questo stesso dono però la permea di una innata sgradevolezza che è evidente a tutti i viventi. Il Parma Magica attenua questa sensazione negli altri lasciando in qualche modo filtrare meno magia sia  sua che quella convogliata verso di lei. Vista la fase storica e la non eccessiva tolleranza della Chiesa verso tutto quello che non è strettamente normale, le è stato spiegato, non potrà vivere in mezzo alla gente. Essendo stata, per sua fortuna, trovata da un mago (una maga in questo caso) prima che da un prete, avrà l’opportunità, per i prossimi quindici anni, di studiare per imparare a gestire il suo dono e poi, con qualche piccola condizione, sarà libera. L’alternativa, è evidente, sarebbe di girare da sola nei boschi, come l’anziana di Ploermel, finché a qualcuno non fosse di nuovo venuto in mente di chiamarla di nuovo strega fino a farla finire bruciata su un rogo.

Mentre per l’ennesima volta Marie-Ange rimugina su queste cose, improvvisamente la comitiva si discosta dalla via principale costiera e si inoltra per una stradina appena tracciata che risale un picco fiume, costeggiando il bosco. Qualche chilometro dopo i quattro cavalli si addentrano allegri nel bosco fitto, sino ad una dolina contornata di alberi. Al centro della dolina si innalza per un paio di metri una larga pietra piatta, incisa di segni. Il gruppo smonta da cavallo al limitar della dolina e, cavalli alla mano, la attraversa longitudinalmente sfiorando il grande masso. Marie-Ange fissa silenziosa i segni fitti e, quando alza lo sguardo, dall’altro lato della dolina stessa, nascoste tra gli alberi, nota alcune piccole casette di legno, brulicanti di vita umana e animale.

Sul limitare della traccia di sentiero, davanti alle case, aspetta un bambino, che saluta con gran gesti delle mani. Il ragazzino ha una tunica lunga, molto simile a quella che porta Marie-Ange, diversa solo nei colori. Ha chiaramente qualche anno più dell’albina, non è altrettanto minuto, e soprattutto è tanto scuro quanto Marie-Ange è chiara. Ha strettissimi ricci color del carbone, una pelle lucida simile all’ebano di alcune statue e grandi, immensi occhi nerissimi.

Per quanto ormai il piccolo nero si sia abituato ai colori degli europei, la vista dell’albina lo sconvolge e lo incuriosisce. Marie-Ange lo fissa seria, gli si avvicina decisa, e gli si para davanti. Piantandogli il dito indice della mano sinistra dritto al centro della pancia inclina la testina biondissima e chiede:

“Chi sei tu?”

E, non ottenendo risposta alle sue parole francesi, replica in latino:

Quis tu?”

“Solongo” 

Risponde lui tentando un sorriso poco convinto – quella bambina continua a ricordargli troppo la descrizione degli spiriti dei morti che tornano per vendetta dal regno dei leoni.

“Et tu?”

“Marie-Ange, Maria Angelus”

Solongo pensa che sia un nome ben strano, Angelus, da dare ad una creatura con un’aspetto così mortifero.

I bambini restano a guardarsi a lungo, in silenzio, come se tenessero un lungo dialogo muto. Ognuno mastica il suo stupore e le sue perplessità, non osando – o non sapendo – far venire al mondo le tante domande che gli affollano la mente. Poi si avviano insieme verso alla capanna che è stata riservata per i loro alloggi. Marie-Ange deve trasferire le sue poche cose e a Solongo è stato dato il compito di farla sentire a casa. E quando cominciano a parlarsi, tra l’ilarità generale, lo fanno mischiando gesti, francese, un qualche dialetto africano ed una buona dose di ridicolissimo e stentato latino.

(.continua…)

Storie di altri mondi

Angeli e demoni

Annus domini 1204.

In una capanna di legno e frasche nel bosco di Paimpont (Bretagna) una bambina si sveglia – come tutte le mattine da un anno a questa parte – all’alba.

Marie-Ange ha sei anni, è una bimba magra e minuta. Nonostante la piccola stazza è una ragazzina vistosa: i lunghi boccoli biondo chiarissimi – al limitar del bianco -, la pelle diafana e quei grandi occhi chiarissimi, con strani riflessi rosati, la rendono appariscente e facilmente riconoscibile. Guardandola bene, tra i capelli incolti si può persino distinguere una ciocca azzurrata…

Marie-Ange, dunque, si sveglia, si stira, si infila i minuscoli zoccoli di legno e saltella fuori dalla capanna per respirare la bruma mattutina della primavera dell’anno 1204.  Ha già il suo falcetto in mano e si appresta a inoltrarsi per i sentieri canticchiando per raccogliere le erbe curative, come le è stato insegnato. Oggi però il destino a in serbo qualcosa di molto diverso per lei.

Rowena, l’anziana donna con cui vive da un po’ nel bosco, l’imbranca sulla soglia della capanna e la porta alla fonte – gelida – a fare il bagno. Marie-Ange non è affatto dispiaciuta della cosa in sé, ama l’acqua e non soffre affatto il freddo. Dopo il bagno, la vecchia spende una buona mezz’ora a pettinarla, creando una elaborata acconciatura di boccoli e piccoli fiori azzurri, infine le mette la lunga tunica di lana bianca con un ricamo azzurrato sui bordi, che la bimba le aveva visto tessere durante l’inverno. Magicamente la piccola tunica la veste a pennello. Riflessa nell’acqua della fonte Maria-Ange non vede più la bambina dei boschi che è stata nell’ultimo anno, ma torna invece a vedere Marie-Ange la figlia degli angeli, come la chiamava sua madre… questo però era prima, prima che quella carogna del parroco cominciasse a dire che era una strega e un demone, prima che il villaggio di Ploermel le si rivolgesse contro e cercasse di lapidarla, prima…

– Aspettiamo ospiti, Marie-Ange.

Alla piccola, le persone da tempo non piacciono più, non la trattano bene. Non le piacciono neanche le sorprese e i cambiamenti, fino ad ora non hanno portato nulla di buono nella sua vita.

I pensieri lugubri della bambina sono presti interrotti dal chiaro rumore di frasche spezzate e dal tonfo sordo di zoccoli equini. Tra i grossi tronchi di quercia appaiono, al piccolo trotto due grandi cavalli bai da lavoro, impolverati e infangati, montati da due uomini altrettanto corpulenti e impolverati. In mezzo a loro, riparato dal mondo esterno, un leggero cavallo spagnolo, del color della notte, lucidissimo, avanza a grandi falcate. A pelo, sulla sua schiena monta disinvolta una giovane donna bruna, i ricci tagliati al limitar del collo.  Ha abiti ricchi e un mantello di velluto pervinca, che richiama il colore profondo dei suoi occhi violacei. Il tre si arrestano nonappena i cavalli, inquietati dalla presenza della bambina, cominciano a dare segni di disagio sbuffando. La donna, affidate le redini del suo destriero alla sua scorta, balza agile giù dal cavallo e si avvicina cautamente studiando con calma la piccola.

– Benvenuta sorella. Lei è Marie-Ange è la bambina di cui vi ho parlato. Ha imparato tutto quello che io potevo insegnarle, è molto intelligente, ora può venire con voi.

Poi rivolta alla bambina:

– Marie-Ange io ti ho insegnato tutto ciò che so, non c’è altro. Puoi scegliere tu se seguire la nostra sorella, che è venuta da molto lontano per conoscerti o meno. Ma sappi, sappi che qui non potrai comunque restare, non è più un posto sicuro per te, e la tua presenza mette in pericolo anche me stessa. Scegli.

La bimba è stravolta, guarda la giovane donna, venuta per portarla via da tutto ciò che conosce e la vecchia che la sta scacciando. Non riesce proprio a capire perché le persone continuino a scacciarla, a passarla di mano in mano come un oggetto. Non capisce perché le sorprese nella sua vita siano sempre tragiche. Marie-Ange, sopraffatta dall’angoscia scoppia in un pianto disperato, e mentre le piange – e lo farà per ore tra le braccia della sua nuova tutrice – su quella parte di bosco cala una coltre gelida. i cavalli si stringono con il pelo dritto, e la giovane donna l’abbraccia stretta, pazientemente.

Quando, ore dopo, Marie-Ange alza il viso dal mantello della giovine, asciugandosi con un lembo gli occhi rossi, la sorella finalmente le parla dolcemente:

– Ora va a prendere le tue cose, che non torneremo indietro. Ci sono ancora tante cose da scoprire, sono sicura che ti piacerà.

La piccola si infila veloce nella sua vecchia casa, raccoglie gli zoccoli, i suoi due abiti lisi e ritorna a passo svelto stringendo forte il suo coniglio di stoffa bianca. La giovane donna si arresta assieme a lei a pochi metri dai cavalli nervosi, intonando una cantilena in una lingua mai udita gesticola con la mano sinistra nell’aria, in direzione del sole, mentre appoggia dolcemente la destra tra i boccoli bianchi. I cavalli si placano improvvisamente e il bel morello si avvicina alla bimba curioso e benevole, affondandole il naso tra i capelli. Incredula Marie-Ange, che mai aveva potuto godere del contatto con le bestie, appoggia le mani nello scuro pelo morbido e chiude gli occhi…

– Questa è la tua prima lezione: alcune cose si possono cambiare, e lui è Fedor imparerete a conoscervi bene. – E issata la bambina sulla schiena dell’animale, raggiungendola con un balzo – tieniti forte, la strada è lunga e abbiamo una certa fretta.

(Continua…)