live @ Torino Beach

Bon Courage

Bon courage, dicono i francesi ed è un bel modo di augura buona fortuna a qualcuno. Amo quel bon courage perché sposta l’attenzione dalla casualità esterna, la fortuna, alla volontà e la determinazione interna, il coraggio. Ti sposta da una visione in cui tu sei un granellino di sabbia completamente in balia delle onde di un mare più grosso di te ad una visione in cui, tu, e solo tu sei il fulcro, o per lo meno hai la capacità di influire su quello che succederà.

Bon courage, forza e coraggio quindi. E fottiamocene della buona e della cattiva fortuna dei lupi a cui andare in bocca e delle balene in cui introdursi per via anale.

Tutti abbiamo momenti del cazzo, momenti in cui l’imprevisto arriva e arriva storto, e, come gli angeli dell’apocalisse, soprattutto non viene da solo. Inutile sperare nella fortuna o nella fauna, se sei nella merda evidentemente si sono già dati alla macchia. Ma su noi stessi, sulla nostra resilienza, sulla nostra determinazione e sul nostro coraggio possiamo sempre fare affidamento. Bisogna solo avere la forza di tirarli fuori, appoggiarli sul tavolo, guardare la tempesta e urlargli addosso Vieni pure avanti, io sono qui. Venderò cara la palle.

E la paura? La paura fa bene, è sana. Ti tiene sveglio e lucido.

zaino in spalla e via viandare

Perché mi avete rotto con il cammino di Santiago…

Da piccola detestavo camminare. Proveniendo, circa, da una famiglia di montanari, non voler camminare a piedi, era quasi grave. Mio fratello mi prendeva in spalla, nonostante le proteste dei miei, dicendo che non era importante perché ero leggera come una piuma. Quel leggero come una piuma è diventata nel tempo prima un leggera come una piuma di piombo e poi pesante come un ippopotamino. E fu così che, perso il privilegio di farmi trasportare, smisi di camminare. Facevo mille sport, ma per Giuda, camminare no.

Ho fatto una pace ruvida con gli scarponi a quattordici anni, per amore dei cavalli. Per andare in giro a fare i trekking a cavallo per le alpi, cavolo, bisognava anche camminare. Sono poi venuti gli anni degli avvicinamenti alle falesie, ed infine quelli della speleo. A forza di camminare per poi fare qualcosa ho finito per camminare per camminare.  Da anni, nel mio armadio c’è un paio di (begli) scarponi, un paio di zaini attrezzati di tutto punto, delle racchette (si, perché ho un ginocchio smontato, e mi servono. Cammino lo stesso), e un goretex. Ho camminato anche quando il mio mondo era molto buio, quando l’ho ribaltato e mentre ne creavo – e lo sto ancora facendo – un altro. E camminare mi ha aiutato a digerire la merda, a tenere la testa in asse, a sfogare la rabbia e a trovare energie e piacere. Insomma

…Io cammino…

Però non ho fatto il cammino di Santiago, e non lo farò. Non lo farò perché il cammino di Santiago sta al camminare, come Venezia sta all’Italia: bella, ci vanno tutti, la conoscono tutti, è commerciale ed è falsa come Giuda. Venezia non ha nulla a che fare con la realtà media dell’Italia. Non me ne frega niente, se per tanti, per molti ‘camminatori’ (o pellegrini, o viandanti) non hai visto nulla se non sei stato sul Santiago. Preferisco non aver visto nulla. Non mi importa se sul Santiago, si incontrano tante persone, si fanno tanti legami, magari si trova l’amore. Non ho bisogno di avere gli scarponi ai piedi per fare amicizie. Io con gli scarponi ai piedi cammino, medito, respiro. Per gli amici c’è la birreria. Non ho bisogno di facilitare i miei passi, stendendoli su strade ben mappate, con le insegne e le vetrine di ristoranti e alberghetti ogni metro, per passare la notte. Preferisco qualcosa di più intimo, o alla peggio, la gioia di una tenda sotto la pioggia. Me ne fotto della storia trascorsa a piedi, a passo lento, vivo in Italia, cazzo, ho tutta la storia che voglio, ad ogni angolo, in ogni pertugio. Soprattutto non ho nessun motivo per nascondere sotto un paravento di cultura la necessità interiore di fare un percorso di fede, con tutto il rispetto per chi ha seriamente una fede cattolica, io non ce l’ho. Infine, di sicuro, non ho bisogno di un cammino che tradizionalmente e immanentemente è un cammino di fede e di espiazione.

Vi lascio la vostra Rimini del cammino, io cammino altrove…

E che cammino, lo testimoniano le suole (finite) di un altro paio di scarponi.

il mondo attorno

C’era una volta Palmira, presto non ci sarà più.

Chi l’ha vista, continui a parlarne. Chi come me non l’ha vista, non si dimentichi che Palmira è esistita, ed era bellissima. Palmira sta venendo poco a poco ridotta in ciottoli.

Palmira

Con tutte le guerre inutili e discutibili che l’occidente ha intrapreso per difendere e alimentare i suoi interessi economici, forse qualche sforzo in più per evitare la distruzione dei patrimoni culturali come questo, si poteva fare. Ma quattro pietre vecchie di millenni rendono poco, troppo poco per smuovere i carri armati. L’occidente non si muoverà per quattro rovine (come non ha fatto per Ninive), né per l’istituzione della sharia, né per gli orrori perpetuati sulle persone. L’occidente – e gli USA in primis hanno semplicemente altri progetti.

Palmira, come Ninive, viene polverizzata, e a noi restano solo effimere foto.

 

live @ Torino Beach

ni dieu, ni maitre

Ho ascoltato a lungo e parlato poco, ultimamente, di religioni, filosofie e politica. L’ho fatto in 4 stati, in 2 continenti. Ho ascoltato la gente per strada, gli estranei, i compagni di viaggio, i colleghi, gli amici e chi appoggia la punta delle sue dita a pochi millimetri dalla mia anima.

Dicevo, ho ascoltato tanto e parlato poco, ma nessuno è riuscito a convincermi che io abbia bisogno di un padrone, di un Dio, o di una filosofia che mi insegni a stare su questo mondo, a distinguere l’opportuno, a vivere con me stessa o con gli altri.

Vi lascio come sempre le vostre rassicuranti dottrine, i vostri esercizi collettivi, il vostro ordine stabilito, l’abbraccio consolatore del vostro leader o del vostro Dio. E un po’, in qualche modo, vi invidio.

Non amo trincerarmi in un sorriso
detesto chi non vince e chi non perde
non credo nelle sacre istituzioni
di gente che ha il potere e se ne serve

e dici che per te non sono in pace
certo che almeno in questo mi conosci

Perché son fatto così
e non ci posso far niente
prendimi pure così
come mi accetta la gente
che mi sorride e che mi lascia parlare
però non mi sente.

(P. Bertoli – Così)

il mondo attorno

Palio? No grazie.

Prove del palio di Siena anno 2015. Déjà vu.

I cavalli corrono allo stretto, con curve a gomito, sul tufo. Attorno a loro il carrozzone infinito dei palio: giudici, contradaioli, turisti. Tutti ammassati in piazza, tutti esaltati. Casino e adrenalina alle stelle. Al centro dell’attenzione e delle aspettative di tutti i cavalli, nervosissimi, eccitatissimi, sudati.

I cavalli partono, si spintonano e si fronteggiano sotto la guida esperta e severa del fantino. Una inciampa sul cavallo che la precede, cade, si frattura l’anteriore destro. Inutile la corsa in clinica, i veterinari possono solo constatare il danno non riparabile alla gamba e abbattere pietosamente l’animale.

Non è una novità, è una routine che chi è nel mondo dei cavalli conosce bene. Ai pali i cavalli che corrono non sono adatti, troppo esili, troppo nevrili, troppo veloci. I pali erano fatti per essere corsi con i cavalloni da guerra, da tiro leggero, a volte muli. I purosangue e i mezzosangue sono troppo potenti per quei circuiti sacrificati. E’ come fare correre una Ferrari sul circuito degli autoscontri. I cavalli cascano, si inciampano gli uni negli altri, tirano dritte le curve, e si spaccano. In tutta ‘pulizia’ l’animale viene caricato su un van, tra gli sguardi indifferenti della gente, e abbattuto altrove, lontano dagli occhi e dal cuore della festa.

In media al palio di Siena viene abbattuto un cavallo ogni 2 anni. E poi ci sono il palio di Ferrara, di Asti, quelli sardi, quelli siciliani e chi più ne ha più ne metta. I problemi (e spesso anche i cavalli che corrono) sono gli stessi.

Finché ai pali non correranno di nuovo animali ‘adatti’ al tipo di corsa che viene fatta, io mi rifiuto di parteciparvi. Non cambierà il sistema e certo mi sarò persa uno degli spettacoli più affascinanti della tradizione italiana, ma proprio perché amo profondamente i cavalli non posso sopportare l’idea di alimentare questo mattatoio.

(ne ho scritto altre volte… qui, qui e qui – e in quest’ultimo articolo, il copione è stato esattamente lo stesso di ieri, forse bisognerebbe che a Siena si ponessero delle domande.)

FONTE: http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2015/06/29/palio-sienainfortunio-cavalloabbattuto_27d82300-e025-463c-82d3-1b4e9580194e.html

live @ Torino Beach

Aiutati che Dio ha da fare

Questa maglietta ti si addirebbe un mucchio” han detto. Ed in effetti quella maglia avrebbe potuto essere il parto della mia filosofia spicciola.

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Tutto questo mi rimanda alle dissertazioni birro-filosofiche di qualche sera fa, da cui sono emerse le seguenti perle di saggezza:

  • noi puoi salvare nessuno che non voglia farsi salvare
  • nessuno può aiutarti se tu non sei il primo disposto a combattere
  • si decide di salvarsi da soli, a quattr’occhi con sé stessi.
  • Non sarà certo un Dio ad aiutarti, ma se un aiuto arriverà, l’aiuto arriverà dalle persone, spesso non da quelle da cui te lo aspetteresti.
  • Intanto rimboccati le mani, prenditi per la collottola e datti da fare per cacciarti fuori dalla trappola per tigri in cui ti sei infilato. Subito.

quando sposti appena il piede,
lì il tuo tempo crescerà
Sopra il giorno di dolore
che uno ha

(Ligabue – Il giorno di dolore che uno ha!)

Ci sono persone che avrei voluto salvare. Persone per cui ho speso tanto tempo e parecchie parole. Ci ho messo del tempo per riuscire a capire che non sarebbe comunque mai dipesa da me la loro salvezza o il loro smarrimento. Non è facile prendere coscienza del fatto che esistano situazioni davanti alle quali siamo impotenti, condannati a guardare, inermi, le persone a cui vogliamo bene perdersi. Non spendo più tempo con chi non si vuole salvare, non do più sangue ai vampiri di energia.

Quanto a me, ho imparato che – nei guai o fuori dai guai – l’unica persona su cui posso fare sempre e sicuramente affidamento sono io. Gli altri non sono tenuti ad essere su questa terra per me, quando io ne ho bisogno. Ciononostante sono stata spesso tanto fortunata da trovare, nei momenti peggiori, un qualche compagno di strada che mi tenesse d’occhio mentre ostinatamente mi rimettevo in marcia scuotendomi per togliermi la terra di dosso e dai tagli. Sembra che sia anche per questo che esistono gli amici, e sembra che sia sui sentieri polverosi e in salita che si creano le nuove amicizie (o davanti ad una birra).

Devono essere tempi di merda, nell’ultimo anno mi sono fatta tanti – buoni – amici. (Grazie)

il mondo attorno

Addio a Ninive

Tu ti dai pena per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita; ed io non dovrei aver pietà di Ninive… (Giona 4-10)

Ninive sta cadendo sotto il delirio iconoclasta dell’ISIS, come accadde ai Buddha di Bamiyan per mano dei talebani. Arte e storia sopravvissute a stento a duemila anni di intemperie, guerre e altri incidenti vari  sbriciolati in un mese dalla follia di poche persone.  E’ un novello falò delle vanità, in salsa islamica, che si porta via per sempre meraviglie che non ho fatto in tempo a vedere e che io ne nessun altro vedremo più.

Requiem per Ninive.