tra la via emilia e il west

Polaroid di un altro tempo (7)

Lo spazio di un respiro, un breve sguardo ad assaporare luce ed aria della terra ti è stato sufficiente e già di troppo, ti sei assopito e non ti desterai. Ma forse in uno sguardo, in un anelito ti apparvero d’un tratto tutti i giochi e della vita tutte le sembianze,  e inorridito ti ritraesti.

(Hermann Hesse)

live @ Torino Beach

Diamanti

Lucidi, multisfacettati, pieni di riflessi, splendidi. E duri, impossibile a scalfire, tagliano e incidono qualunque cosa gli si metta vicino. Eppure, con un diamante in mano ci muoviamo circospetti, e non perché sia prezioso, ma perché, a dispetto della sue durezza, è fragile ed effimero. Il giusto colpo, anche leggero, sullo spigolo giusto e “crack!” si frantuma in mille pezzi, la sua strutta crolla. Una piccola fiamma e “whom!” brucia in un attimo.

Ci sono persone così. Incredibilmente forti, infinitamente fragili. Splendide, eterne ed effimere. Le tieni tra le braccia con circospezione, tra la paura di tagliarti e l’orrore di frantumarle.

live @ Torino Beach

Ci vuole un fisico speciale

Ci vuole un fisico speciale
per fare quello che ti pare
perché di solito a nessuno
vai bene così come sei
Tu che cercavi comprensione sai, comprensione sai
Ti trovi lì in competizione sai, competizione sai

Ci vuole un fisico bestiale
per resistere agli urti della vita
a quel che leggi sul giornale
e certe volte anche alla sfiga
Ci vuole un fisico bestiale sai, speciale sai
anche per bere e per fumare sai, fumare sai.


Ci vuole molto allenamento sai, allenamento sai
per stare dritti contro il vento sai, contro il vento sai

Ci vuole un fisico bestiale
per stare nel mondo dei grandi

Ci vuole un fisico bestiale
perché siam barche in mezzo al mare.

(Luca Carboni – ci vuole un fisico bestiale)

live @ Torino Beach

Cicatrici

E’ cambiato il tempo (forse). Se c’è stato un inverno quest’anno, quell’inverno è finito.

Da buona piemontese, a partire dal primo giorno di primavera (indipendentemente dal clima), tolgo la giacca, metto le maniche corte e le scarpe estive. Piove? Grandina? Alluviona? E’ il tempo che sbaglia non io.

Quindi, caldo o freddo che faccia io sono semi-svestita. E il passato, che è rimasto a dormire sotto i maglioni tutto l’inverno, riemerge. E riemerge con prepotenza, perché la gente ti fissa, guarda di sottecchi e dopo un po’ chiede.

In un modo abitato da gente che vive tra il letto e il divano, da donne con la pelle liscia e rielaborata dal laser, da corpi i cui unici segni sono tatuaggi abilmente tracciati in una stanza sterile, le cicatrici fanno scalpore (e io ne ho parecchie). A me, invece, le cicatrici sono sempre piaciute, per le storie che raccontano, per il modo in cui vengono a scriverci addosso: indesideratamente, indelebilmente, istantaneamente.

Ognuno dei miei segni ha una sua piccola storia, e insieme fanno chilometri e chilometri di scorribande per il creato. Per ognuna di esse c’è stata un’anima (alla peggio la mia stessa anima) – per un attimo accanto alla mia – che l’ha disinfettata, cucita, curata, attutita. Sono in fondo testimonianze del fatto che certi posti, certi animali, certe avventure, certe persone sono esistite davvero. Sono una testimonianza indelebile di quello che io sono. Nell’era virtuale non è roba da poco.

A chi indaga, passata la timidezza, rispondo semplicemente che una ostinata voglia di vivere qualche volta lascia dei segni.

Si, perché io sono, per prima cosa e comunque, una creatura viva.

Non ho bisogno di facebook, io, per ricordarmi chi sono.

I bambini mostrano le cicatrici come medaglie. Gli amanti le usano come segreti da svelare. Una cicatrice è ciò che avviene quando la parola si fa carne. (Leonard Cohen)