Storie di altri mondi

Nebbia

15 febbraio 2012, h 7.00

Alex si sveglia con poco entusiasmo, come tutte le mattine. Zittisce la sveglia in fretta, e getta una morbida occhiata a Lara, che ancora dorme appollaita sul margine del lato sinitro del letto. Da quasi un anno, da quando cioè Alex ha abbandonato la sua fredda città sull’oceano per condividere il suo tempo con Lara, Alex e Lara condividono il letto e la piccola villetta a schiera, persa nella “Bassa” (la pianura, a tratti sotto il livello del mare che si sdraia tra Bologna e Ferrara).

Si alza stancamente e, mentre di trascina in bagno, Alex butta un occhio al paesaggio oltre la finestra della camera da letto. Niente, solo una spessa coltre bianco latte che nasconde qualunque cosa. Nebbia, maledetta nebbia.

Alex non ama la nebbia, non c’è abituato. Per trentacinque anni ha vissuto con l’oceano sdraiato davanti alla porta di casa. La nebbia densa della Bassa, che imperversa ostinatamente da ottobre a marzo nella Bassa, lo mette a disagio. Questo vivere senza mai trovare l’orizzonte, senza riuscire a discernere il mondo a pochi metri di distanza lo inquieta. La sua fantasia insiste nel fargli intravedere pericoli e mostri che occhieggiano nel bianco. Gli sembra di stare impazzendo, di avere le allucinazioni. Quando succede, Lara, sorridendo gli dice che è solo nebbia e che lui ha troppa fantasia. Continue reading “Nebbia”

Storie di altri mondi

Superpoteri

Seduti al tavolo di un ristorante in un centro commerciale, tra un morso di hamburger e l’altro, un vecchio amico mi interroga:

“Se potessti avere un superpotere, uno solo, quale superpotere vorresti?” mi chiede.

“Cagare soldi” rispondo secca.

“Cagare soldi?” dice guardandomi con aria stupita.

Cerco di spigarmi: “Si così non dovrei rientrare in quel posto di merda a farmi il culo tutto il giorno, per pagarmi il mangiare e gli sfizi… mi burcerebbe un po’ il culo probabilmente, ma secondo me ci guadagno lo stesso”

Ride e incalza: “Ma dai, un superpotere serio… A parte cagare soldi, quale superpotere vorresti?”

“il teletrasporto, allora” affermo dubbiosa

Già più convinto, l’amico, risponde: “effettivamente il teletrasporto è un bel potere…” Continue reading “Superpoteri”

live @ Torino Beach, Storie di altri mondi

A volte ritornano (le grotte)

La speleo è stata un grande e un bel pezzo della mia vita.

Non c’è nulla da spiegare, il mondo ipogeo o ti affascina ed è tuo, o mai, e poi mai, riuscirà a sedurti. Non ci sono parole spese che portino ad un risultato.

Nella mia vita le grotte sono state una immensa passione – una delle poche – e – di tanto in tanto ancora fanno capolino in modo inaspettato.

Stanotte o sognato che in un qualche modo – alcuni dei miei vecchi amici – mi trascinavano in grotta, con buona pace dell’allenamento e dell’attrezzatura mancante. La parte buffa è che invece di provare ansia, anche in sogno – come sempre nella mia lunga vita speleo -, al mio ingresso in grotta è corrisposta una viva e allegra sensazione di benessere e di serenità. Alla faccia del fatto che avevo portato gli sci e non l’imbrago.

La questione ancora più assurda è che io nei sogni mi vedo sempre ‘da fuori’. E nel mio vedermi in terza persona io mi vedo della mia veste attuale, i miei quarant’anni non mal portati, i capelli a mezza misura rossi e quei 10-15 kg di troppo. I miei amici, e Porcahontas (perché le grotte per me resteranno sempre legate a Porcahontas), sono immobili, cristallizzati nei loro 25-30 anni. Lo stesso aspetto, gli stessi modi, lo stesso comportamento. Continue reading “A volte ritornano (le grotte)”

Storie di altri mondi

Alla ricerca del cavallo perduto

Era un pomeriggio come altri, e stavo distrattamente leggendo una delle ancora molte pagine che mi aspettavano lungo il mio percorso da apprendista. Nemmeno mi ero accorta delle voci concitate che erano arrivate dalla scuderia qualche ora prima. L’aria tiepida sosteneva castelli di pensieri sottili e leggeri come carta, e ascoltavo davvero solo il loro fruscio, ogni volta che disgregandosi cadevano al suolo. La primavera non é fatta per studiare. Io non sono fatta per distinguere la voce di uno stalliere irritato da quella di un compagno esagitato. Un alterco, nato dal fatto che everwinus – si seppe in seguito – aveva deciso di far mostra della propria supposta padronanza della _vis animalis_, incontrando come ostacolo chi voleva proteggere l’animale in questione dalla parte di cavia a cui egli intendeva destinarlo, non rientrava tra le cause di cedimento strutturale di alcuna mia immaginazione. Semplicemente non me ne accorsi! C’erano le pagine, c’erano i pensieri, e l’aria tiepida dentro cui si incastonavano a volte come nel miele, più raramente come nell’ambra. Quando Malerba, a pomeriggio inoltrato, spalancò la porta con aria divertita e preoccupata al contempo, senza poterlo vedere fece precipitare una metropoli di frasi senza parole sospesa a mezz’aria: vertici di senso, torri di praticità, pozzi scuri senza fondo e strade che iniziavano e finivano nell’incrociarsi si fecero polvere in un istante, cadendo come piccole meteoriti. una scia lieve e grigia dietro il loro cadere tracciava i contorni di quel piccolo mondo, lasciando intuire il brulicare della vita che in esso scorreva come il s……
– Vichy!!!
Malerba ora era più che altro infastidita.
– Mi stai ascoltando?! Ho detto che dobbiamo andare! Adesso! Ogni minuto che passa trovarlo diventa più improbabile, e sai come Erik é affezionato a quella bestia…
Tutte le parole che non avevo ascoltato ma avevo sentito si misero in fila davanti ai miei occhi: l’alterco, il cavallo spaventato, la fuga. Tacendo, chiusi il libro e infilati gli zoccoli mi mostrai pronta alla partenza. Dovevamo recuperare il cavallo scappato nei boschi in seguito al tentativo di Everwinus di…non so, forse dominarlo. Provai una forte empatia verso quella bestia: chissà dove si trovava…Partimmo  in fretta, il primo Erik, il secondo, Malerba e io. Lei era la persona più adatta per svolgere un compito simile, nella foresta. E procedendo la foresta si infittiva, passo dopo passo, albero dopo albero. La luce del tramonto era trasfigurata in verde dal tetto di foglie che lasciava filtrare sempre meno brandelli di cielo.
Qui, le logiche e le relazioni includono una parola come una radice medicinale, un sospiro come il richiamo lontano di un uccello, uno sguardo come la corteccia dura sotto i polpastrelli. Il mio pensiero, qui, é come edera. Afferra alcune di queste perfette irregolarità, e sale lentamente verso il cielo nascosto, costruendosi, foglia dopo foglia, un mantello lussureggiante che posa lo strascico a terra. Qui l’edera sa stringere in una morsa le case, facendole crollare. Le rovine si coprono poi lentamente di muschio e licheni. E su quel tappeto verde la foresta puó riprendersi ogni pezzo rubato, smussare ogni angolo stonato. È cosí che qui vive il mio…
– Vichy! ssshh!
Malerba si era voltata verso di me e mi intimava di fare silenzio. Poi si girò di nuovo, e mi guardò con aria stranita. Forse si era accorta di quanto la sua richiesta fosse superflua? Mi incantai a guardarla: qui, lei si muoveva come una corrente forte nel mare. Le felci guidavano i suoi passi svelti verso appoggi silenziosi. Le foglie sussurravano alle sue dita le tracce di ciò che era e sarebbe da loro trascorso. Da dietro la dura scorza, fiumi di linfa scorrevano insieme con il suo sangue, assecondando il battito del suo cuore. Mi affascinava come sapesse _sentire_ il luogo. Sembrava sapesse ascoltare il tempo rallentare e condensarsi come brina sulle foglie…
Un delicato strattone mi trasportò perfettamente dietro di lei, al sicuro. Ma al sicuro da cosa?
Malerba e gli altri due si scambiavano brevi parole concitate. Pensai che avessimo trovato il cavallo, finalmente! La notte ci inseguiva e le gambe cominciavano a sentire la fatica. Poi il viso della mia guida si avvicinò serio e, facendomi segno di tacere, mi invitò a sbirciare oltre i cespugli. Guardai: a qualche decina di metri da noi sostava un animale molto dissimile da quello che stavamo cercando. Era come una piccola montagna di pelo ispido, con corte e forti zampe che terminavano in robusti zoccoli scuri. Il grugno mi spaventò per le sue dimensioni: due piccoli occhi neri erano incastonati su di un cranio grande circa quanto me, dal quale spuntavano due impressionanti zanne giallastre. Trattenni un gemito di paura quando per un attimo ebbi l’impressione che quell’animale stesse incrociando il mio sguardo…fu allora che, senza dire nulla – ma io sapevo che si trattava di una decisione ponderata – Malerba ci fece cenno di allontanarci. Esitando un po’, la seguimmo. Quando fummo al sicuro, Erik le fece notare che in quella zona c’era la grotta per “quella cosa degli apprendisti”, chiedendo se non sarebbe stato meglio uccidere quel grosso cinghiale prima dell’evento. Ero molto curiosa ma non feci domande. Ascoltai invece le parole della mia maestra:
– Non siamo qui per interferire con la natura del luogo. Eliminare un’istanza del fenomeno non elimina il fenomeno. Uccidendo un cinghiale non faremmo che acuire la necessità del terreno di essere divelto. Le radici chiamerebbero un altro cinghiale a portarle alla luce…e sapete bene quanto velocemente un altro animale potrebbe crescere in quel modo, da queste parti.

Rientrati, non facemmo parola del nostro incontro vicino a “quella grotta”. Io non ne chiesi il perché ma sapevo che quella che poteva apparire noncuranza era invece azione dettata da una scelta – che Malerba aveva sicuramente ponderata il giusto.

(Grazie  a Roby…)

Storie di altri mondi

Solstizio

La mattina del solstizio Marie-Ange si alza ben prima dell’alba. Aiuterà la sua tutrice ad officiare il rito di mezza estate e, l’idea non le piace così tanto. Ha avuto tutte le istruzioni necessarie, ma pochissime rassicurazioni in merito. Vista la natura del suo apprendistato, ha il vago dubbio che l’offerta sacrificale di quest’anno sia lei. Benché sia una bambina coraggiosa, proprio serena, stamattina non è. Inspira ed espira piano mentre si infila la sua tunica bianca

E’ ancora notte quando tutta la popolazione magica del piccolo convitto si mette in fila per due e si avvia silenziosa nel bosco. La maestra di Marie-Ange, con una torcia in mano, cantilena una preghiera antica, in una lingua perduta, che sembra scandire l’incedere della piccola processione. Marie-Ange le trotterella attorno trascinandosi dietro alla bella e meglio tutto l’occorrente: una gabbia con una colomba bianca, un coltello ricurvo, del pane, una brocca di latte, una scodella. Il tutto fa un bel po’ di trambusto e strappa qualche sorrisino ilare degli altri bambini e qualche sguardo qua benevolo e là irato dei maghi.

Qualche minuto dopo il bosco si apre, in una piccola radura. La comitiva si ferma al limitare di essa mentre la piccola albina e la sua maga si muovono a passi lenti verso il centro. La cantilena continua nel suo ritmo ipnotico fino al centro esatto del luogo, poi cala il silenzio. Marie-Ange posa tutti gli oggetti davanti a se, in ordine: la colomba, la ciotola, il latte, il pane. Quindi impugna saldamento il coltello, lungo quasi come il suo avambraccio.

Una nuova preghiera, molto più brusca viene intonata dalla maga al suo fianco e alla luce della torcia piantata saldamente nel pavimento i suoi movimenti appaiono grotteschi e innaturali, la sua voce si distorce in un ringhio imperioso. Marie-Ange respira forte e deglutisce, aggrappata al suo coltello. Non si rende conto di quanto anch’ella sembri spettrale aglio occhi degli altri bambini al bordo della radura.

Quando nella radura sente eccheggiare la parola dith, con la piccola mano bianca afferra la colomba terrorizzata nella gabbia, la estrae svelta e con un colpo netto della mano sinistra la taglia la testa, inginocchiandosi, e lasciando fluire il sangue rosso nella ciotola ai suoi piedi.  Poi, sempre in ginocchio, versa il latte sul pane e subito dopo il sangue ancora caldo. Quindi si alza, in tutta la sua piccola statura e fissa un punto buio nel bosco da cui proviene un rumore profondo di immensi passi e uno scricchiolio di fronde e rami spezzati. Grandi brividi di paura le scendono lungo la colonna vertebrale…

(continua…)

Storie di altri mondi

Cavalli e Giganti

Everwinus continuava a chiedersi come fosse possibile, con tutto il potere della magia di cui Georghen gli aveva parlato, che l’unico incantesimo per riuscire a farsi benvolere da un cavallo e montarlo fosse l’ultimo che avrebbe imparato, tra anni ed anni, proprio alla fine dell’apprendistato. Aveva in mente che non gliela stessero raccontando giusta…così un pomeriggio chiese a Salongo di ospitarlo ogni tanto nella ricca biblioteca del suo maestro Trax e iniziò a studiare.

In qualche tempo si convinse di non aver bisogno di imparare un incantesimo apposito ma che bastasse mettere insieme quello che aveva imparato su come indirizzare la magia verso gli animali…un piccolo trucco che calmasse un cavallo per il tempo necessario a saltargli in groppa e partire al galoppo verso il suo maestro…poi tutte le ore di allenamento in sella del suo passato a Vienna avrebbero fatto il resto. Grazie a Salongo scoprì anche che con un’oretta di meditazione apposita una singola magia di sua scelta avrebbe potuto scorrere ancora più potente in lui.

Così una notte finse di dormire in modo da poter sgattaiolare fuori prima dell’alba, anzi decisamente prima per evitare quella piccola peste di Marie-Ange con il suo rito dell’acqua, perché era sicuro che lei l’avrebbe fatto scoprire. Si allontanò nel bosco in direzione opposta rispetto alla fonte e meditò come meglio poteva sui cavalli e sulla calma che avrebbe voluto instillare loro. Quando gli parse di aver terminato i preparativi al meglio tornò verso l’accampamento e si diresse verso la stalla – doveva evitare di svegliare quei rompiscatole che dormivano lì, Eric ed Erik, che di sicuro non gli avrebbero lasciato portare via uno dei cavalli senza fargli cento domande, distraendolo sul più bello.

Mentre tirava via con sè il primo cavallo che gli capitò a tiro però le cose iniziarono ad andare per il verso sbagliato: un nitrito di troppo ed ecco Erik bello sveglio e pronto a rovinare i suoi piani. “Georghen sa tutto sai? E’ lui che mi ha detto di venire a prendere un cavallo: è per un esercizio! Va fatto per forza di mattina presto per questioni magiche che tu non puoi capire! Fidati che te lo riporto sano e salvo in meno di un’ora. E se proprio non vuoi fidarti seguimi, sarà veloce ma soprattutto sarà divertente” – Everwinus era già convinto di aver sprecato la notte insonne perché lo sguardo iniziale di Erik non gli parve molto conciliante, ma in qualche modo le sue parole lo convinsero…o forse era ancora troppo assonnato per mettersi a ragionare con lui. A quel punto era agitatissimo ma contento: avrebbe placato il cavallo di fronte al suo maestro con anche un testimone, in questo modo il suo successo non poteva venir messo in dubbio o contestato (Georghen era solito sminuirlo ed era molto bravo con le parole…era sicuro che senza la presenza di Erik in qualche giorno avrebbe convinto anche Everwinus stesso che in realtà l’incantesimo fosse stato lanciato da Georghen un mese prima per tenere buoni tutti i cavalli della Germania del nord). Questo doveva valergli un mese senza il turno di aiuto in cucina, come minimo…e magari anche di poter andare a cavallo ogni volta che ne avesse avuto voglia.

Non aveva finito di pregustarsi la vittoria che vide Georghen uscire dalla capanna guardandolo di sbieco – d’altronde in quel momento stava praticamente trainando quel grande cavallo nero, con Erik a pochi passi che li seguiva praticamente brandendo la spada. A quel punto si fermò, mantenenne la presa sulla briglia con una sola mano e compì il movimento che aveva tanto studiato con l’altra: un gesto rapido che partiva secco come per voler tirare una briglia immaginaria che finiva però con una carezza sulla criniera dell’animale. In contemporanea pronunciò le parole che avrebbero dovuto liberare la sua magia “Placa, o eque, spirituum tuum” e si preparò a saltare in sella.

Ma invece dell’esclamazione di sorpresa che si aspettava di sentire udì una risata…e subito dopo si ritrovò con una spalla sanguinante per il morso del cavallo e soprattutto…senza cavallo sotto di sè, ma piuttosto il contrario.

A quanto pare la magia non sempre seguiva la volontà di chi l’aveva invocata.

(Per cortesia di Elena G.)

Storie di altri mondi

autunno medievale

Man mano che l’estate cede il passo all’autunno Marie-Ange, come gli altri bambini, si trova sempre più impegnata nel suo apprendistato. Le sue giornate iniziano prima dell’alba, prima di quella di tutti. Si alza silenziosamente, si butta addosso la sua tunica di lana bianca, si lega i boccoli biondi in una lunga treccia e si precipita, gareggiando con il nascere del sole, verso la sorgente nel bosco. Qui si inginocchia e attende che il primo raggio di sole filtri tra le fronde della quercia secolare e squarci l’acqua cupa, inondandola di riflessi verdi e azzurri. Quindi immerge la ciotola di legno che ha portato con se, senza creare spruzzi, e rapisce quel primo raggio di sole sussurrando un’antica cantilena in una lingua ormai dimenticata.

Abnoba, spirito di questa foresta e di queste acque chiare accetta, ascolta la richiesta di questa tua giovane figlia. Abnoba fai che nelle tue acque e nel tuo bosco io possa sempre trovare di che sfamarmi, dissetarmi e nascondermi dai miei nemici, e che questo avvenga anche per i miei fratelli e le mie sorelle

Poi, dopo avere bevuto un sorso f’acqua dalla ciotola, si dirige cautamente verso il convitto, senza rovesciare una singola goccia d’acqua. Lì ripetendo la stessa invocazione appoggia la ciotola sul piccolo altare di pietra scura dietro al laboratorio della sua maestra e felice di aver eseguito scrupolosamente questo importantissimo rituale e si precipita a divorare la colazione a base di pane e noci, con gli altri ragazzi. Al tramonto, alla fine di una lunga giornata passata tra studi il laboratorio e rituali nel bosco, Marie-Ange ripete al contrario lo stesso rito dell’alba, riportando alla fonte quella stessa acqua, sugli stessi passi, con le stesse antiche parole. Si precipita poi verso la cena e le chiacchiere serali con i suoi coetanei.

I giorni si ripetono così, in attesa del solstizio di inverno. All’approssimarsi del quale una certa irrequietezza, mista ad una buona dose di entusiasmo invade l’aria del convitto.

Sarà una bella emozione e una bella prova per te, Marie-Ange, questo solstizio” continuano a ripetere i magi.

 

Storie di altri mondi

Everwinus e il sangue dei giganti

Dopo l’ennesimo tentativo di scatenare una gara di corsa con i suoi nuovi “compagni” durante lo spostamento del bestiame Salongo chiese ad Everwinus perché fosse così alla ricerca della competizione e sempre pronto a punzecchiare gli altri. Non essendo un gran chiacchierone in principio brontolò soltanto che lì si annoiava. Gli altri lo guardarono straniti – anche più straniti del solito – aveva in effetti capito che tutti loro prima di arrivare lì avessero vissuto in maniera molto solitaria e che quindi per loro queste quattro tende, le quotidiane lezioni e le chiacchiere serali rappresentassero una vita non solo nuova ma anche piena.
Si decise a raccontare un po’ della sua infanzia a Vienna soltanto pensando che forse spiegando loro del suo entusiasmante passato avrebbe potuto convincerli almeno a vedere chi riuscisse ad arrampicarsi in cima al misterioso masso nel centro dell’avvallamento, magari capendo cosa avesse di tanto speciale.

Anche io son sempre stato guardato con un misto di diffidenza, paura e fastidio da parte degli altri ma, almeno in principio, i miei genitori mi dissero che fosse per via della mia incredibile stazza. C’era qualcosa nella mia famiglia che ogni tanto faceva nascere qualcuno più grande del normale…questo poteva essere un vantaggio ma avrei dovuto imparare a gestirlo nel modo giusto, senza badare alle reazioni degli altri e andando per la mia strada. ‘Tutta invidia’ – diceva mia madre.

Non capivo bene perché dovessi avere un precettore tutto mio, diverso dai miei fratelli e sorelle, e perché fosse lo stesso per il maestro di spada…ma non mi potevo troppe domande. In tutti i momenti possibili abbandonavo gli studi solitari per andare a giocare con i miei fratelli e altri bambini: non sembravano mai troppo contenti di vedermi arrivare ma io
appunto non ci facevo troppo caso e il più dei giochi che facevamo avevano una buona dose di violenza quindi il mancato affetto non mi sembrava poi così speciale.

Fu quando mio padre mi portò con sè ad una delle cene offerte dal suo principe per i suoi valvassori che mi divenne chiaro che il mio problema non fosse solo nell’essere grande e grosso: tutte le persone sedute vicino a me al banchetto reagirono in maniera stizzita e io e mio padre, con tutto il nostro seguito, fummo costretti a mangiare in un tavolo discosto dagli altri. Per la prima volta vidi mia madre guardarmi con un distacco nuovo: come se un suo timore nascosto avesse preso di colpo forma in tutto e per tutto.

Al ritorno fui spedito direttamente dal precettore che mi spiegò come non potessero più nascondere il fatto che in me, oltre al Sangue dei Giganti, scorresse anche un altro umore…non in più rispetto ai quattro principali, ma che si sommava a tutti loro: il dono. Per la seconda volta mi sentii raccontare che però questa mia caratteristica mi avrebbe potuto dare grandi vantaggi se avessi imparato a gestirla nel modo giusto. Non aspettai nemmeno che mi spiegasse di che si trattasse e
andai a rifugiarmi nella stalla. Fortunatamente uno dei cavalli della mia famiglia era nato quasi insieme a me e a differenza degli altri non sembrava aver timore: cavalcarlo in lungo e in largo mi era sempre piaciuto ma da quel momento in poi
domandai a mio padre di ridurre le lezioni di tiro con l’arco in virtù di quelle a cavallo – avevo in mente di dedicarmi a qualche gara di abilità, almeno finché non sarei diventato decisamente troppo pesante per poter saltare in groppa ad un cavallo in maniera soddisfacente.

Da quando mi parlarono apertamente del dono cambiarono anche i rapporti con i miei compagni di gioco: se ero destinato a non piacere loro tanto valeva non provarci nemmeno e sfruttare il mio vantaggio fisico in tutto e per tutto. Quando non
ero a cavallo mi esercitavo con la spada e ne facevo buon uso anche dopo le esercitazioni. Le lezioni di logica, latino e tutto il resto proseguivano in solitaria senza troppi problemi: non adoravo lo studio ma non faticavo a ripetere la lezione del giorno prima al mio precettore…preferivo però imparare le cose provando a farle piuttosto che memorizzando regole
grammaticali. In ogni modo le mie giornate erano molto più piene di ora: nessuno dei miei fratelli o dei figli dei servitori di mio padre si rifiutava di correre con me o tirar di spada. Purtroppo in uno di questi scontri finii per dare una stoccata di troppo ad un mio fratello minore rompendogli un braccio: la pazienza dei miei genitori sembrò esaurirsi di colpo.

Mio padre mi convocò dopo cena per dirmi che lì a Vienna, con loro, non avrei potuto continuare a stare e che stava cercando un nuovo precettore speciale per me che mi avrebbe portato lontano per un periodo di studio. Non lo presi sul serio: lontano? Sarebbe stato al massimo a Salisburgo, dove già erano stati mandati molti miei fratelli e sorelle per gli
studi avanzati. Da questo capite il mio umore quando apparse Georghen nel mio cortile e mi porto via con lui, ben oltre Salisburgo…

oltretutto fino ad ora tutto questo vantaggio derivante dal Dono non l’ho percepito: non riesco nemmeno a ridurre uno di questi brutti cavalli neri a starmi appresso come il mio Helios a casa…

(Elena R.)

Storie di altri mondi

La piccola Vichy

Una sera, nella capanna dove i ragazzi risiedono, Vichy racconta la sua storia…

“Il mio villaggio si trova da qualche parte nelle zone boscose intorno a Parigi, ma non saprei
tornarci. Tanto non ne ho alcuna voglia! Quando stavo lì, anche se non capivo il perché, tutti mi
trattavano rudemente, le rare volte che non mi evitavano. Mia madre, mio padre, i miei fratelli e
tutti i bambini della mia età, più piccoli e più grandi, non riuscivano a fissarmi negli occhi per più di
pochi istanti, e poi trovavano sempre un motivo per congedarsi: che tristezza! Eppure non tutti
erano cattivi…semplicemente, c’era qualcosa in me che, io credo, faceva loro sentire a disagio. Ci ho
messo poco a capire che sola come ero sarei rimasta. Piano piano gli altri hanno smesso di
interessarmi: era una battaglia persa! Quindi nell’ultimo periodo passavo sempre più tempo a
esplorare la boscaglia intorno alle case, spingendomi sempre più in là, tornando sempre più tardi. La
cosa non sembrava turbare nessuno, dunque a volte mi fermavo fuori anche la notte. Per sicurezza
dormivo sugli alberi, ma in realtà anche nel bosco mi capitava di non incontrare mai essere vivente
che fosse attirato dalla mia presenza. Una volta, dopo un acquazzone, sedevo sul bordo di uno
stagno, e un grosso topo spuntò da un tronco cavo, per bere dalla chiara pozza d’acqua ancora
increspata da rade gocce di pioggia. Vedendolo, mi venne una gran voglia di accarezzarlo: era
veramente un animale adorabile! Ma non feci nemmeno in tempo a pensare a come sarebbe stato
morbido il suo pelame autunnale sotto i miei polpastrelli: a pochi passi dal tronco, l’animale si
accorse di me e in un singolo scatto schizzò a nascondersi nel sottobosco. A me rimasero solo
l’odore di terra bagnata e un bosco vuoto. Mi accadde più volte di spaventare in questo modo gli
animali che per qualche motivo finivano per avvicinarmi. E devo dire che mi è sempre spiaciuto,
più di quanto mi spiacesse di non avere amici umani.
Durante una delle mie lunghe esplorazioni, in cui finivo ogni volta per scoprire lo stesso luogo
disabitato, come al solito sentivo da ore soltanto lo scricchiolio di rametti e sassolini sotto i miei
passi. Ad un tratto, mi fermai: l’istinto mi aveva imposto di nascondermi dietro un folto cespuglio
(per fortuna, per il momento, almeno le piante non scappavano se mi ci avvicinavo) e di scrutare la
radura che si apriva di lì a poco. Al centro, riconobbi un antico albero in cui spesso mi imbattevo
durante le mie esplorazioni: mi era sempre sembrato, non so come mai, il centro del bosco. Ed era
sempre stato lì, da molto prima che ci passassi io, da molto prima che nascessero tutti quelli che al
villaggio non riuscivano a guardarmi negli occhi per più di qualche istante. Mi piaceva da sempre,
quell’albero. Forse anche per questo mi sentii doppiamente sconvolta a riconoscere, adagiata sopra
la fitta rete delle sue radici, una figura umana. Stranamente, il mio istinto non mi impose di
schizzare via, come aveva fatto quel topo vedendo me. Me ne stetti lì, a scrutare affascinata: sulla
pelle diafana di quella che riconobbi come una donna, segni luminosi che non avevo mai visto si
muovevano lentamente, trasformandosi l’uno nell’altro in una danza armonica che pareva non aver
mai avuto inizio e non poter avere fine. Forse me ne stetti lì a guardare troppo a lungo, o forse
quella presenza si era accorta di me da molto tempo, fatto sta che all’improvviso mi chiamò a gran
voce: “Ehi, vieni fuori da lì dietro il cespuglio!”. Feci un salto alto più di me, o meglio, lo fece il
mio cuore. Io rimasi immobile, come quello scarafaggio che avevo spaventato nel granaio qualche
anno prima: avevo cercato di attirarne l’attenzione chiamandolo, e lui in tutta risposta si era
deliberatamente ribaltato al centro del pavimento, mimando alla perfezione la pace dei sensi. Ora
capivo come si doveva essere sentito. Ci misi qualche secondo a trascinare le mie gambe pesanti
allo scoperto. La donna mi guardava con gentilezza. Seppi all’istante che non dovevo temerla, e mi
avvicinai. Dopo, accadde una cosa che non aveva mai avuto occasione di accadere prima: mi
accorsi, con un po’ di spavento, che per quanto volessi sapere di lei, o soltanto salutarla e dirle il
mio nome, non mi era possibile muovere la lingua, e i miei occhi si erano inchiodati sulla corteccia
rugosa del tronco dietro di lei. Suppongo che nel frattempo a lei scappasse da ridere, ora che la
conosco bene. Ma non potevo farci nulla! Dopo quasi un minuto (credo), che di certo conteneva una
o due eternità, potei spostare lo sguardo sulla sabbia che, al suolo, era incorniciata dalle robuste
radici. Con un lungo ramoscello, lei vi aveva tracciato un cerchio quasi perfetto. Ora potei
incrociare il suo sguardo: ero io, questa volta, a non poterlo sostenere per più di qualche secondo.
– Lo romperesti, questo cerchio?
Mi chiese con un sorriso. Io scossi la testa: mi sembrava così perfetto, così liscio, così regolare. Un
circolo illimitato, un po’ come il tempo che ogni volta mi accompagnava da una notte alla
successiva, una linea impercettibilmente curva verso il proprio inizio, piana ripetizione dei miei
passi in un deserto dalle mille forme, parco di vita.
Lo ruppe lei: con un gesto deciso il legnetto tratteggiò, alzando una nuvoletta di sabbia, la
distruzione della linea. Da quel momento, dentro di me, seppi che nulla sarebbe stato come prima.
– I cicli includono la necessità di essere rotti, ogni volta. Questa sarà la tua prima lezione.
Senza aspettare la mia reazione, la donna si alzò in piedi.
– Io resterò qui per i prossimi tre giorni. Vorrei che tu tornassi qui, per venire via con me. Se al
calare della terza sera da oggi non ti vedrò, lascerò per sempre questo bosco.
Poi, scorgendo l’aria interrogativa sul mio volto, aggiunse:
– Ecco perché forse ti interessa venire…
E con un ampio gesto della mano, mi indicò qualcosa alle mie spalle. Quando mi girai, non potei
fare a meno di spalancare la bocca dalla sorpresa. Per la prima volta nella mia intera esistenza, vidi,
tra i rami e le foglie di quella foresta, il brulicare incessante delle più svariate forme di vita che in
quel momento, per qualche strana magia, non se ne erano fuggite da me. Io non ricordo bene, ma
penso che potrei aver lasciato scappare una lacrima…ero molto felice! Mentre mi giravo
nuovamente verso di lei, il mio stupore estatico fu perfezionato da una grossa farfalla a dir poco
meravigliosa, che, sbattendo con grazia le sue enormi ali coloratissime, mi si posò delicatamente
sulla spalla. Mi facevano male le guance perché non avevo mai sorriso così tanto. Capii che entro
tre giorni avrei raggiunto quella donna e sarei partita con lei. D’altronde, non avevo granché da
lasciarmi alle spalle. Lo capì anche lei, o forse già lo sapeva. Non rimaneva che tornare al villaggio,
raccogliere le mie cose, dare le poche spiegazioni che mi avrebbero chiesto, e percorrere un’ultima
volta il sentiero sterrato verso il bosco. All’alba del giorno successivo, cominciammo il nostro lungo
cammino insieme, verso nord.”

(Roberta B.)