il mondo attorno, live @ Torino Beach, Storie di altri mondi

L’Orco, la montagna, gli idioti.

Qualche giorno fa in televisione passava “North face”. Al netto delle splendide riprese di montagna e di alpinismo il film è brutto, retorico e abbastanza lontano dalla realtà di quel luglio 1936 che vide la folle e tragica corsa alla conquista della parete Nord dell’ Eiger (l’Orco appunto).

Conosco bene questa e molte altre storie del grande alpinismo e della grande speleologia, se hai bazzicato un po’ nei rifugi, è tutto quello che trovi da leggere, quando sei fortunato. La storia della cordata del 1936 sulla parete nord dell’Eiger non è diversa da tante altre: l’impresa era ambiziosa, l’attrezzatura e la tecnica del tempo un po’approssimative, i giovani alpinisti erano bravi, incoscienti, sbruffoni e non particolarmente fortunati. Nella foga della corsa alla parete ci mette mano la sfiga (o l’Orco fa il suo gioco, come volete), loro sottovalutano la situazione, fanno un paio di erroracci brutti (“per morire di commettere due errori di fila” diceva un mio amico speleo tanti anni fa) e ovviamente muoiono tutti amalamente. Se vi interessa lo storia, vi consiglio di guardare il documentario (o il libro) “The beckoning silence” di Joe Simspon (si, quello della morte sospesa).

In “The beckoning Silence” mi ritrovo particolarmente. Non nella storia di Toni Kurz, il povero sfortunatissimo alpinista del ’36, ma nelle parole di Joe, che alla fine del documentario annuncia di aver sostanzialmente smesso di scalare, pur essendo stato un alpinista di picco.”Non ho più la passione di un tempo. – dice – Ho perso la sensazine di immortalità della gioventù. Non mi sento più invincibile. Ora sono consapevole della nostra fragilità.” Joe sono io, io e la mia speleologia. Io che guardo i buchi carsici e mi prudono le mani e piedi, ma che so bene quale è il prezzo di quel brivido.

In montagna, o dentro la montagna, io sono sempre stata ‘seria‘: attrezzata, razionale, scientifica. Poi, dopo aver rischiato un paio di incidenti veramente seri, ed avere assistito a più recuperi del CNSAS, la mia serietà è diventata prudenza, iper-prudenza forse. Non mi avventura neppure per una passggiata di poche ore senza scarponi adatti, abbigliamento e attrezzatura per il mal tempo, telo termico, e via dicendo… So troppo bene quanto può metterti nei guai una tempesta improvvisa, un caviglia slogata o qualunque, anche piccolo, incidente.

Girando per i sentieri però ne vedi di tutti i colori: gente in scarpe da ginnastica ( perggio sandali), vestiti come si va ad una lezione di fitness, poco-niente acqua, un micro zaino (se va bene) in cui di sicuro non ci può stare l’attrezzatura necessaria in caso di un brusco cambiamento del tempo, al più un k-way legato in vita. Se ne vanno in giro trulli trulli, senza cartina, spesso ignorando le indicazioni delle guide e lasciando i sentieri. Qui e lì si fanno un selfie, sudati, sorriso a 9000 denti, finto come è finto tutto ciò che finisce sui social. Sono arrivato qui, lì, laggiù, lassù… Spesso le mete sono ridicole, per fortuna (ma ciò non escklude comunque la possibilità di incidente), purtroppo – a volte – grazie alla nostra tecnologia bastarda, diventano relativamente raggiungibili anche luoghi ben più impegnativi e pericolosi (si veda la Skyway che porta senza muovere un passo cani e porci su punta Helbronner).

La montagna però non è mai stato un parco giochi. Non lo era l’Orco a metà degli anni trenta così come non lo è adesso qualunque montagnola delle alpi o degli appennini. Benché Decathlon e la vostra palestra d’élite vi diano l’impressione che tutto sia controllabile con poche centinaia di euro e qualche squat, la verità è che nulla è sotto controllo neanche quando si è accuratamente attrezzati, acculturati, istruiti e allenati… In montagna, anche per baggianate, si moriva e si muore ancora, fatevene una ragione.

La pericolosità della montagna e la crescente ignoranza e inadeguatezza di chi l’affronta sono ampiamente testimoniate dal numero, crescente, di interventi del CNSAS (più di 7000 nel 2015). Inquietano le ultime chiamate al soccorso che sono pervenute alle cronache: gente che chiama il soccorso alpino (mobilitando persone, strumentazione, elicotteri etc) perché sono stanchi di camminare, perché il cane è stanco o si è fatto male. Questo è un sintomo evidente della totale incoscienza, ignoranza e impreparazione con cui si affronta oggi la montagna, ed è sintomo anche della totale mancanza di senso civico e rispetto per gli altri. Il CNSAS è nato per soccorrere le persone in pericolo. Il CNSAS è composto da volontari che prestano la loro opera – rischiando la vita – per salvare chi condivide la loro passione. Ciononostante preferirebbero starsene a casa con le loro famiglie (o in montagna a loro volta) piuttosto di andare a prendere un cretino che si è stancato o ha le bolline ai piedi. Inoltre un intervento del CNSAS, tra persone, mezzi, benzina etc, costa da svariate centinaia di euro a migliaia di euro allo stato italiano…

Onde arginare questa nuova moda di chiamare il soccorso per un nonnulla (e privare magare chi in pericolo si trova davvero della disponibilità dei mezzi di soccorso), recentemente alcune regioni italiane (Valle d’Aosta, Piemonte), hanno emesso un tariffario che il “chiamante” deve corrispondere in caso di chiamata ‘immotivata’.  Non stiamo parlando di spiccioli, ma di costi che possono facilmente arrivare ad alcune migliaia di euro.

Vi sentite fighi ad andare in montagna in scarpette da ginnastica e leggings. Siete ridicoli, sappiatelo, e pericolosi. Pericolosi per voi e per chi eventualmente dovrà venirvi a prendere. E siete pericolosi anche per le vostre finanze.

 

 

 

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