viaggi & miraggi

Torino – Parigi, un altro giro di Walzer

La prima volta che sono stata a Parigi avevo 23 anni. Facevo l’Università con molta noia e qualche profitto. Qualche anno prima sui banchi pigri di Matematica avevo incrociato una strana creatura e la strana creatura si era trasferita a Parigi.

Sin dall’inizio Parigi per me è stato un rincorrersi di sentimenti, di amori non nati, mal nati, morenti, annoiati, in bilico, in transizione, stanchi. Parigi si sa, è la città romantica per antonomasia, ma Parigi per me è sempre stata la città degli amori malati.

Nel walzer dei sentimenti, di questa città mi rimangono impresse alcune immagini, che poco hanno a che vedere con il motivo e la persona che mi ha portato sino alla capitale Francese.

Questa volta torno a casa con l’immagine nitida di due neri.

Il primo era seduto davanti a me, sul treno. Scuro, come solo alcuni neri dell’africa centrale sanno essere, aveva capelli i brizzolati e il volto solcato da lunghe valli di rughe. Un’età indefinibile, come gli anni di un vecchio albero che per decenni o secoli hanno vegliato sulla storia degli uomini, riuscendo a evitare, miracolosamente il colpo della scure. Ha un paio di pantaloni di fustagno blu, lindi, appena messi, e una camicia spessa di flanella o di lana indossata impeccabilmente. Mi fissa sornione con grandi occhi acquosi, le iridi così scure da non riuscire a distinguere la pupilla. Tra le ginocchia appoggia inverticale un bel bastone di quercia, con una elaborata testa di cavallo in metallo, argento forse. Immobile attende la sua stazione, spostando lo sguardo su questa o quella persona, poi appoggiandosi appena sulla testa di cavallo si alza, saluta cortesemente e scende scomparendo sulla banchina.

Il secondo è un’anziano cubano, gioviale e chiacchierone. Seduto dietro a un mini tavolino di un mini locale dell’ ile de la cité, mangia di gusto un goloso spezzatino (lo stesso che sto ingordamente divorando io) e mi racconta del suo amore per l’Italia, l’unico paese europeo ancora umano, l’unico che ancora accoglie e cura quei poveri migranti. Anche lui è stato un migrante, più di mezzo secolo prima, e sebbene ormai si consideri a pieno titolo francese , dice, si ricorda ancora, prima di andare a dormire, di ringraziare mentalmente tutte le persone che l’hanno in qualche modo aiutato quando si sentiva sperso in Europa. Sotto il suo basco floscio, con un sorriso ammiccante che zigzaga tra i troppi nei, mi suggerisce di essere orgogliosa della mia nazionalità, che a vergognarsi, a questo giro devono essere gli altri, che chiudono gli occhi davanti alle tragedie degli uomini.

(ennesimo post rimasto intrappolato per un periodo indicibile nella tastiera)

 

 

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