live @ Torino Beach

Citius! Altius! Fortius!

O se preferite: “più veloce! più in alto! più forte“.

Forse non è noto a tutti ma il vero motto delle olimpiadi è questo, e non la arci-nota frase di De Coubertin: l’importante non è vincere ma partecipare.

Citius! Altius! Fortius! è una frase del predicatore domenicano Henri Didon, proposta e adeottata dal De Coubertin. A ben guardare, questo motto rispecchia molto meglio e molto di più il reale spirito olimpico attuale, anziché l’ideale olimpico che forse mai nessuno ha preso alla lettera… Il concetto infatti è “di più“. Più sfarzo, più soldi, più pressione, più risultati, più giudizi, in un eterno sforzo all’eccesso e alla perfezione che poco ha a che fare con l’amicizia tra i popoli, la solidarietà, il rispetto delle regole, la correttezza. Non è mai stato così.

Il doping è sempre stato la gioia (per i risultati) e il dolore delle Olimpiadi. Un esempio orrendamente eclatente è quello di Heidi Krieger (o Andreas), trasformata a suon di Jenapharm da ragazzina a campionessa di lancio del peso, da donna a uomo. Da sempre, il doping è parte delle olimpiadi, e le olimpiadi sono un mezzo per affermare la supremazia di alcune nazioni sulle altre. Si veda la costruzione a tavolino a ogni mezzo degli atleti olimpici del blocco sovietico nella guerra fredda, il lavoro che fanno a tutt’ora gli americani, e gli imbattibili cinesi. Il costo reale? vite umane. Doping, antidolorifici e pressione al risultato a ogni costo. Se di va a indagare per bene, la storia olimpica è spesso fatta di ragazzini plagiati e obbligati a allenamenti massacranti, alienati dalla loro società per lo sport, costretti ad allenarsi e a gareggiare anche dopo infortuni o in malattia, sotto antidolorifici, doping, e chi più ne ha più ne metta.

Vi siete mai chiesti cosa c’era (e cosa c’è ancora in alcuni casi) dietro a quelle ginnaste-bambine, giovani di età e ancora più giovani nel fisico – tanto da non dimostra a 20 anni più di 13 o 14 anni? Eterne pre-adolescenti, mostri nell’acrobazia e nella spericolatezza? Più di una esse ha ammesso, una volta liberatasi dal gioco del circo agonistico, di essere stata costretta a prendere ormoni, doping, per modificarne il fisico, ritardarne la maturazione. Somatostatina, si pensa.

E oltre la Somatostatina? Un lavoro massacrante, una tortura. Ore e ore di allenamento (6, 8 a volte di più) praticamente tutti i giorni (feriali e festivi): infortuni, anche gravi. Ossa rotte, vertebre schiacciate, e via allenarsi nonostante tutto. Fino al giorno in cui non smetti, o, come un cavallo da corsi, non ti spacchi definitivamente in palestra. Yelena Mukhina, ginnasta prodigio, eterna bambina, acrobata delle parallele, doveva essere la coampionessa olimpica del 1980. Era programmato così, per lei. Nonostante la sua caviglia rotta e operata più volte di recente, nonostante le vertebre del  collo danneggiate, Yelena doveva vincere facendo acrobazie sempre più folli (molte delle quali ora proibite). Inspirava ammoniaca, a vent’anni, per non sentire il dolore durante gli allenamenti. Pochi giorni prima dell’inizio delle olimpiadi, sbagliò di poco in allenamento (allenando un passaggio che non si sentiva di fare e non voleva fare) e cadde malamente rompendosi l’osso del collo. Quadriplegica a vita. Da folletto a statua di pietra, a vent’anni, in un attimo. In un’intervista sembra che Yelena abbia dichiarato di aver pensato, schiantata al suolo, realizzando di essere incapace di muoversi: “grazie a Dio, non parteciperò alle Olimpiadi”.

Quante Heidi, quante Yelena ci sono state, ci sono e ci saranno, nel circo olimpico? E quanti ragazzi, uomini, messi esattamente nelle stesse condizioni? Voi continuate a fare finta che un ideale olimpico esista, e fingete di crederci.

Non amo le olimpiadi, non amo le competizioni in genere. Ne ho viste abbastanza per sapere che non sono “sane“, non lo sono mai.

 

 

 

 

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