Storie di altri mondi

Alla ricerca del cavallo perduto

Era un pomeriggio come altri, e stavo distrattamente leggendo una delle ancora molte pagine che mi aspettavano lungo il mio percorso da apprendista. Nemmeno mi ero accorta delle voci concitate che erano arrivate dalla scuderia qualche ora prima. L’aria tiepida sosteneva castelli di pensieri sottili e leggeri come carta, e ascoltavo davvero solo il loro fruscio, ogni volta che disgregandosi cadevano al suolo. La primavera non é fatta per studiare. Io non sono fatta per distinguere la voce di uno stalliere irritato da quella di un compagno esagitato. Un alterco, nato dal fatto che everwinus – si seppe in seguito – aveva deciso di far mostra della propria supposta padronanza della _vis animalis_, incontrando come ostacolo chi voleva proteggere l’animale in questione dalla parte di cavia a cui egli intendeva destinarlo, non rientrava tra le cause di cedimento strutturale di alcuna mia immaginazione. Semplicemente non me ne accorsi! C’erano le pagine, c’erano i pensieri, e l’aria tiepida dentro cui si incastonavano a volte come nel miele, più raramente come nell’ambra. Quando Malerba, a pomeriggio inoltrato, spalancò la porta con aria divertita e preoccupata al contempo, senza poterlo vedere fece precipitare una metropoli di frasi senza parole sospesa a mezz’aria: vertici di senso, torri di praticità, pozzi scuri senza fondo e strade che iniziavano e finivano nell’incrociarsi si fecero polvere in un istante, cadendo come piccole meteoriti. una scia lieve e grigia dietro il loro cadere tracciava i contorni di quel piccolo mondo, lasciando intuire il brulicare della vita che in esso scorreva come il s……
– Vichy!!!
Malerba ora era più che altro infastidita.
– Mi stai ascoltando?! Ho detto che dobbiamo andare! Adesso! Ogni minuto che passa trovarlo diventa più improbabile, e sai come Erik é affezionato a quella bestia…
Tutte le parole che non avevo ascoltato ma avevo sentito si misero in fila davanti ai miei occhi: l’alterco, il cavallo spaventato, la fuga. Tacendo, chiusi il libro e infilati gli zoccoli mi mostrai pronta alla partenza. Dovevamo recuperare il cavallo scappato nei boschi in seguito al tentativo di Everwinus di…non so, forse dominarlo. Provai una forte empatia verso quella bestia: chissà dove si trovava…Partimmo  in fretta, il primo Erik, il secondo, Malerba e io. Lei era la persona più adatta per svolgere un compito simile, nella foresta. E procedendo la foresta si infittiva, passo dopo passo, albero dopo albero. La luce del tramonto era trasfigurata in verde dal tetto di foglie che lasciava filtrare sempre meno brandelli di cielo.
Qui, le logiche e le relazioni includono una parola come una radice medicinale, un sospiro come il richiamo lontano di un uccello, uno sguardo come la corteccia dura sotto i polpastrelli. Il mio pensiero, qui, é come edera. Afferra alcune di queste perfette irregolarità, e sale lentamente verso il cielo nascosto, costruendosi, foglia dopo foglia, un mantello lussureggiante che posa lo strascico a terra. Qui l’edera sa stringere in una morsa le case, facendole crollare. Le rovine si coprono poi lentamente di muschio e licheni. E su quel tappeto verde la foresta puó riprendersi ogni pezzo rubato, smussare ogni angolo stonato. È cosí che qui vive il mio…
– Vichy! ssshh!
Malerba si era voltata verso di me e mi intimava di fare silenzio. Poi si girò di nuovo, e mi guardò con aria stranita. Forse si era accorta di quanto la sua richiesta fosse superflua? Mi incantai a guardarla: qui, lei si muoveva come una corrente forte nel mare. Le felci guidavano i suoi passi svelti verso appoggi silenziosi. Le foglie sussurravano alle sue dita le tracce di ciò che era e sarebbe da loro trascorso. Da dietro la dura scorza, fiumi di linfa scorrevano insieme con il suo sangue, assecondando il battito del suo cuore. Mi affascinava come sapesse _sentire_ il luogo. Sembrava sapesse ascoltare il tempo rallentare e condensarsi come brina sulle foglie…
Un delicato strattone mi trasportò perfettamente dietro di lei, al sicuro. Ma al sicuro da cosa?
Malerba e gli altri due si scambiavano brevi parole concitate. Pensai che avessimo trovato il cavallo, finalmente! La notte ci inseguiva e le gambe cominciavano a sentire la fatica. Poi il viso della mia guida si avvicinò serio e, facendomi segno di tacere, mi invitò a sbirciare oltre i cespugli. Guardai: a qualche decina di metri da noi sostava un animale molto dissimile da quello che stavamo cercando. Era come una piccola montagna di pelo ispido, con corte e forti zampe che terminavano in robusti zoccoli scuri. Il grugno mi spaventò per le sue dimensioni: due piccoli occhi neri erano incastonati su di un cranio grande circa quanto me, dal quale spuntavano due impressionanti zanne giallastre. Trattenni un gemito di paura quando per un attimo ebbi l’impressione che quell’animale stesse incrociando il mio sguardo…fu allora che, senza dire nulla – ma io sapevo che si trattava di una decisione ponderata – Malerba ci fece cenno di allontanarci. Esitando un po’, la seguimmo. Quando fummo al sicuro, Erik le fece notare che in quella zona c’era la grotta per “quella cosa degli apprendisti”, chiedendo se non sarebbe stato meglio uccidere quel grosso cinghiale prima dell’evento. Ero molto curiosa ma non feci domande. Ascoltai invece le parole della mia maestra:
– Non siamo qui per interferire con la natura del luogo. Eliminare un’istanza del fenomeno non elimina il fenomeno. Uccidendo un cinghiale non faremmo che acuire la necessità del terreno di essere divelto. Le radici chiamerebbero un altro cinghiale a portarle alla luce…e sapete bene quanto velocemente un altro animale potrebbe crescere in quel modo, da queste parti.

Rientrati, non facemmo parola del nostro incontro vicino a “quella grotta”. Io non ne chiesi il perché ma sapevo che quella che poteva apparire noncuranza era invece azione dettata da una scelta – che Malerba aveva sicuramente ponderata il giusto.

(Grazie  a Roby…)

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