live @ Torino Beach

primo comandamento: non disturbare

Siamo sabaudi, si sa. Ci hanno abituati a vivere nella vita degli altri in punta dei piedi, stando attenti a non disturbare, a non alzare troppo la voce, a non fare pressione, a non cercare attenzioni.

Così ti trovi a pensare ad una persona, a pensare che avresti piacere di sentirla, di salutarla, di vederla ed è più forte di te, non componi quel cavolo di numero sulla tastiera. Ho un po’ di persone su questa terra che negli ultimi giorni avrei veramente voluto sentire: amiche di passi, compagni di giochi, senpai di kendo. Puntualmente però quando vorrei sentirli mi fermo pensando che magari stanno lavorando, sono impegnati, stanno felicemente vedendo una persona speciale. Fermo le dita e non chiamo. Non disturbo.

Poi è arrivato whatsapp, il paradiso dei timidi. Certo whatsapp è più discreto, se puoi rispondermi bene, se no mi risponderai con comodo, quando hai tempo. Ma… ma anche whatsapp è invadente, fa quel piccolo bip, ti segnala il messaggio arrivato, anche whatsapp potrebbe fare pressione, disturbare, creare imbarazzo (mi viene in mente per esempio una cara amica che ha un marito molto geloso)… e quindi faccio fatica anche a mandare un messaggio.

Ho un bel da dirmi che – a meno di non comportarsi da stalker – mediamente un/a amico/a è ben felice di avere tue notizie, di sapere che è nei tuoi pensieri; è più forte di me, ho paura di disturbare, ho paura di forzare attenzioni. Spesso anche i messaggi mi rimangono sulla punta delle dita.

Così stamane un messaggio, forse atteso, mi è rimasto incastrato sul touch screen. Qualcosa mi dice che anche gli altri rimarranno spiaggiati lì, sulla superficie lucida del telefono.

Sono patologica. Non c’è nulla da fare.

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