mondo animale

Figli del vento del sud.

Si narra che Allah, per creare il cavallo arabo, abbia chiesto al vento del sud di farsi sangue e carne per servirlo in guerra e che il vento del sud abbia esaudito la richiesta del dio, trasformandosi in quella meravigliosa besti che da quattro millenni è il compagno di vita, la ricchezza dei popoli del deserto.

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“L’aria del Paradiso è quella che soffia tra le orecchie di un cavallo”

 

L’arabo non è “un cavallo”, è “il cavallo”. Tutte le razza attuali, tutti i cavalli che per sport per show o per passatempo montiamo ora hanno discendenti, più o meno lontani, nell’arabo. Sono di derivazione araba i veloci purosangue inglesi, i fastosi andalusi e cugini lusitani, persino gli imponenti  frisoni da sella. In tutte le razze, per ingentilirle, per scaldarne il sangue, prima o poi abbiamo messo dell’arabo.

Allevato da sempre tra capanne e deserto, l’arabo è tutt’ora – specie nella sua accezione più pura e ricercata – oggetto di una gelosissima e meticolosa selezione secondo 20 linee di sangue, la cui conoscenza e comprensione è roba da professionisti egiziani.

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“Il Diavolo non osa entrare nella tenda che ospita un cavallo di pura razza”

 

Noi comuni mortali possiamo grossolanamente distinguire tre tipi principali:

  • il Kuhaylan – il macho della situazione, forte, potente, muscoloso -,

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  • il Saqlawi – la gentil donzella, bellissima, elegante, di infinita grazia, raffinatissimo –

saqlawi

  • ed il Muniqui – l’animale da corsa, più angoloso e meno rotondo, più alto, quasi spigoloso, ma un razzo di velocità, (l’ovvio antenato del purosangue inglese).

Poi a parte ci sono i Berberi, gli arabi libici e marocchini, allevati fuori dalle linee di sangue codificate, ma comunque belli, molto meno gelosamente custoditi e molto peggio trattati.

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“Quanti chicchi d’orzo darai al tuo cavallo, tanti peccati ti saranno perdonati” Tentando l’amnistia con due berberi attaccati in carrozza a Marrakech

Vedere alcuni di questi animali (specie i Saqlawi), oggi, mozza il fiato.

Sono quattrocento chili, l’equivalente di quattro persone massicce. Quattrocento chili che non poggiano sul terreno ma lo sfiorano appena, con una leggerezza che sarebbe razionalmente impossibile in una massa tale. Quattrocento chili di pelo lucidissimo, pelle sottile e muscoli e nervi. Quattrocento chili di energia ed eleganza principesche e al tempo di frugalità e robustezza pari ad un buon mulo di campagna.

Qualche anno fa, alla fiera di Verona sbattei il naso sul mio primo Saqlawi. Erano i tempi in cui gli arabi egiziani facevano faville, i loro tempi. In un box c’era questo bellissimo stallone, sauro ciliegia molto scuro, coda e criniera color carota. Lo portavano in giro, oliato, così che il suo sauro scuro, diventasse ancora più profondo, la criniera e la coda rossiccia al vento. E lui, grandissimi occhi scuri e froge dilatate, sembrava non toccare il terreno muovendosi. Nel maneggio in sabbia, in controluce, sembrava planare sul terreno alzando appena un velo di polvere, incoronato dalla criniera cangiante che rimbalzava nella luce. Splendida bestia, una visione da creatura mitologica. Il mondo si fermava col fiato sospeso, letteralmente.

 

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“Il paradiso terrestre si trova nel seno di una donna, nel profumo di un fiore e sulla groppa di un cavallo arabo”

Era un animale meraviglioso, forse fin troppo raffinato. Probabilmente per me sceglierei qualcosa di un po’ più solido e meno vistoso, un bel Kuhaylan, baio.

 

 

 

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