Storie di altri mondi

Everwinus e il sangue dei giganti

Dopo l’ennesimo tentativo di scatenare una gara di corsa con i suoi nuovi “compagni” durante lo spostamento del bestiame Salongo chiese ad Everwinus perché fosse così alla ricerca della competizione e sempre pronto a punzecchiare gli altri. Non essendo un gran chiacchierone in principio brontolò soltanto che lì si annoiava. Gli altri lo guardarono straniti – anche più straniti del solito – aveva in effetti capito che tutti loro prima di arrivare lì avessero vissuto in maniera molto solitaria e che quindi per loro queste quattro tende, le quotidiane lezioni e le chiacchiere serali rappresentassero una vita non solo nuova ma anche piena.
Si decise a raccontare un po’ della sua infanzia a Vienna soltanto pensando che forse spiegando loro del suo entusiasmante passato avrebbe potuto convincerli almeno a vedere chi riuscisse ad arrampicarsi in cima al misterioso masso nel centro dell’avvallamento, magari capendo cosa avesse di tanto speciale.

Anche io son sempre stato guardato con un misto di diffidenza, paura e fastidio da parte degli altri ma, almeno in principio, i miei genitori mi dissero che fosse per via della mia incredibile stazza. C’era qualcosa nella mia famiglia che ogni tanto faceva nascere qualcuno più grande del normale…questo poteva essere un vantaggio ma avrei dovuto imparare a gestirlo nel modo giusto, senza badare alle reazioni degli altri e andando per la mia strada. ‘Tutta invidia’ – diceva mia madre.

Non capivo bene perché dovessi avere un precettore tutto mio, diverso dai miei fratelli e sorelle, e perché fosse lo stesso per il maestro di spada…ma non mi potevo troppe domande. In tutti i momenti possibili abbandonavo gli studi solitari per andare a giocare con i miei fratelli e altri bambini: non sembravano mai troppo contenti di vedermi arrivare ma io
appunto non ci facevo troppo caso e il più dei giochi che facevamo avevano una buona dose di violenza quindi il mancato affetto non mi sembrava poi così speciale.

Fu quando mio padre mi portò con sè ad una delle cene offerte dal suo principe per i suoi valvassori che mi divenne chiaro che il mio problema non fosse solo nell’essere grande e grosso: tutte le persone sedute vicino a me al banchetto reagirono in maniera stizzita e io e mio padre, con tutto il nostro seguito, fummo costretti a mangiare in un tavolo discosto dagli altri. Per la prima volta vidi mia madre guardarmi con un distacco nuovo: come se un suo timore nascosto avesse preso di colpo forma in tutto e per tutto.

Al ritorno fui spedito direttamente dal precettore che mi spiegò come non potessero più nascondere il fatto che in me, oltre al Sangue dei Giganti, scorresse anche un altro umore…non in più rispetto ai quattro principali, ma che si sommava a tutti loro: il dono. Per la seconda volta mi sentii raccontare che però questa mia caratteristica mi avrebbe potuto dare grandi vantaggi se avessi imparato a gestirla nel modo giusto. Non aspettai nemmeno che mi spiegasse di che si trattasse e
andai a rifugiarmi nella stalla. Fortunatamente uno dei cavalli della mia famiglia era nato quasi insieme a me e a differenza degli altri non sembrava aver timore: cavalcarlo in lungo e in largo mi era sempre piaciuto ma da quel momento in poi
domandai a mio padre di ridurre le lezioni di tiro con l’arco in virtù di quelle a cavallo – avevo in mente di dedicarmi a qualche gara di abilità, almeno finché non sarei diventato decisamente troppo pesante per poter saltare in groppa ad un cavallo in maniera soddisfacente.

Da quando mi parlarono apertamente del dono cambiarono anche i rapporti con i miei compagni di gioco: se ero destinato a non piacere loro tanto valeva non provarci nemmeno e sfruttare il mio vantaggio fisico in tutto e per tutto. Quando non
ero a cavallo mi esercitavo con la spada e ne facevo buon uso anche dopo le esercitazioni. Le lezioni di logica, latino e tutto il resto proseguivano in solitaria senza troppi problemi: non adoravo lo studio ma non faticavo a ripetere la lezione del giorno prima al mio precettore…preferivo però imparare le cose provando a farle piuttosto che memorizzando regole
grammaticali. In ogni modo le mie giornate erano molto più piene di ora: nessuno dei miei fratelli o dei figli dei servitori di mio padre si rifiutava di correre con me o tirar di spada. Purtroppo in uno di questi scontri finii per dare una stoccata di troppo ad un mio fratello minore rompendogli un braccio: la pazienza dei miei genitori sembrò esaurirsi di colpo.

Mio padre mi convocò dopo cena per dirmi che lì a Vienna, con loro, non avrei potuto continuare a stare e che stava cercando un nuovo precettore speciale per me che mi avrebbe portato lontano per un periodo di studio. Non lo presi sul serio: lontano? Sarebbe stato al massimo a Salisburgo, dove già erano stati mandati molti miei fratelli e sorelle per gli
studi avanzati. Da questo capite il mio umore quando apparse Georghen nel mio cortile e mi porto via con lui, ben oltre Salisburgo…

oltretutto fino ad ora tutto questo vantaggio derivante dal Dono non l’ho percepito: non riesco nemmeno a ridurre uno di questi brutti cavalli neri a starmi appresso come il mio Helios a casa…

(Elena R.)

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