Storie di altri mondi

La piccola Vichy

Una sera, nella capanna dove i ragazzi risiedono, Vichy racconta la sua storia…

“Il mio villaggio si trova da qualche parte nelle zone boscose intorno a Parigi, ma non saprei
tornarci. Tanto non ne ho alcuna voglia! Quando stavo lì, anche se non capivo il perché, tutti mi
trattavano rudemente, le rare volte che non mi evitavano. Mia madre, mio padre, i miei fratelli e
tutti i bambini della mia età, più piccoli e più grandi, non riuscivano a fissarmi negli occhi per più di
pochi istanti, e poi trovavano sempre un motivo per congedarsi: che tristezza! Eppure non tutti
erano cattivi…semplicemente, c’era qualcosa in me che, io credo, faceva loro sentire a disagio. Ci ho
messo poco a capire che sola come ero sarei rimasta. Piano piano gli altri hanno smesso di
interessarmi: era una battaglia persa! Quindi nell’ultimo periodo passavo sempre più tempo a
esplorare la boscaglia intorno alle case, spingendomi sempre più in là, tornando sempre più tardi. La
cosa non sembrava turbare nessuno, dunque a volte mi fermavo fuori anche la notte. Per sicurezza
dormivo sugli alberi, ma in realtà anche nel bosco mi capitava di non incontrare mai essere vivente
che fosse attirato dalla mia presenza. Una volta, dopo un acquazzone, sedevo sul bordo di uno
stagno, e un grosso topo spuntò da un tronco cavo, per bere dalla chiara pozza d’acqua ancora
increspata da rade gocce di pioggia. Vedendolo, mi venne una gran voglia di accarezzarlo: era
veramente un animale adorabile! Ma non feci nemmeno in tempo a pensare a come sarebbe stato
morbido il suo pelame autunnale sotto i miei polpastrelli: a pochi passi dal tronco, l’animale si
accorse di me e in un singolo scatto schizzò a nascondersi nel sottobosco. A me rimasero solo
l’odore di terra bagnata e un bosco vuoto. Mi accadde più volte di spaventare in questo modo gli
animali che per qualche motivo finivano per avvicinarmi. E devo dire che mi è sempre spiaciuto,
più di quanto mi spiacesse di non avere amici umani.
Durante una delle mie lunghe esplorazioni, in cui finivo ogni volta per scoprire lo stesso luogo
disabitato, come al solito sentivo da ore soltanto lo scricchiolio di rametti e sassolini sotto i miei
passi. Ad un tratto, mi fermai: l’istinto mi aveva imposto di nascondermi dietro un folto cespuglio
(per fortuna, per il momento, almeno le piante non scappavano se mi ci avvicinavo) e di scrutare la
radura che si apriva di lì a poco. Al centro, riconobbi un antico albero in cui spesso mi imbattevo
durante le mie esplorazioni: mi era sempre sembrato, non so come mai, il centro del bosco. Ed era
sempre stato lì, da molto prima che ci passassi io, da molto prima che nascessero tutti quelli che al
villaggio non riuscivano a guardarmi negli occhi per più di qualche istante. Mi piaceva da sempre,
quell’albero. Forse anche per questo mi sentii doppiamente sconvolta a riconoscere, adagiata sopra
la fitta rete delle sue radici, una figura umana. Stranamente, il mio istinto non mi impose di
schizzare via, come aveva fatto quel topo vedendo me. Me ne stetti lì, a scrutare affascinata: sulla
pelle diafana di quella che riconobbi come una donna, segni luminosi che non avevo mai visto si
muovevano lentamente, trasformandosi l’uno nell’altro in una danza armonica che pareva non aver
mai avuto inizio e non poter avere fine. Forse me ne stetti lì a guardare troppo a lungo, o forse
quella presenza si era accorta di me da molto tempo, fatto sta che all’improvviso mi chiamò a gran
voce: “Ehi, vieni fuori da lì dietro il cespuglio!”. Feci un salto alto più di me, o meglio, lo fece il
mio cuore. Io rimasi immobile, come quello scarafaggio che avevo spaventato nel granaio qualche
anno prima: avevo cercato di attirarne l’attenzione chiamandolo, e lui in tutta risposta si era
deliberatamente ribaltato al centro del pavimento, mimando alla perfezione la pace dei sensi. Ora
capivo come si doveva essere sentito. Ci misi qualche secondo a trascinare le mie gambe pesanti
allo scoperto. La donna mi guardava con gentilezza. Seppi all’istante che non dovevo temerla, e mi
avvicinai. Dopo, accadde una cosa che non aveva mai avuto occasione di accadere prima: mi
accorsi, con un po’ di spavento, che per quanto volessi sapere di lei, o soltanto salutarla e dirle il
mio nome, non mi era possibile muovere la lingua, e i miei occhi si erano inchiodati sulla corteccia
rugosa del tronco dietro di lei. Suppongo che nel frattempo a lei scappasse da ridere, ora che la
conosco bene. Ma non potevo farci nulla! Dopo quasi un minuto (credo), che di certo conteneva una
o due eternità, potei spostare lo sguardo sulla sabbia che, al suolo, era incorniciata dalle robuste
radici. Con un lungo ramoscello, lei vi aveva tracciato un cerchio quasi perfetto. Ora potei
incrociare il suo sguardo: ero io, questa volta, a non poterlo sostenere per più di qualche secondo.
– Lo romperesti, questo cerchio?
Mi chiese con un sorriso. Io scossi la testa: mi sembrava così perfetto, così liscio, così regolare. Un
circolo illimitato, un po’ come il tempo che ogni volta mi accompagnava da una notte alla
successiva, una linea impercettibilmente curva verso il proprio inizio, piana ripetizione dei miei
passi in un deserto dalle mille forme, parco di vita.
Lo ruppe lei: con un gesto deciso il legnetto tratteggiò, alzando una nuvoletta di sabbia, la
distruzione della linea. Da quel momento, dentro di me, seppi che nulla sarebbe stato come prima.
– I cicli includono la necessità di essere rotti, ogni volta. Questa sarà la tua prima lezione.
Senza aspettare la mia reazione, la donna si alzò in piedi.
– Io resterò qui per i prossimi tre giorni. Vorrei che tu tornassi qui, per venire via con me. Se al
calare della terza sera da oggi non ti vedrò, lascerò per sempre questo bosco.
Poi, scorgendo l’aria interrogativa sul mio volto, aggiunse:
– Ecco perché forse ti interessa venire…
E con un ampio gesto della mano, mi indicò qualcosa alle mie spalle. Quando mi girai, non potei
fare a meno di spalancare la bocca dalla sorpresa. Per la prima volta nella mia intera esistenza, vidi,
tra i rami e le foglie di quella foresta, il brulicare incessante delle più svariate forme di vita che in
quel momento, per qualche strana magia, non se ne erano fuggite da me. Io non ricordo bene, ma
penso che potrei aver lasciato scappare una lacrima…ero molto felice! Mentre mi giravo
nuovamente verso di lei, il mio stupore estatico fu perfezionato da una grossa farfalla a dir poco
meravigliosa, che, sbattendo con grazia le sue enormi ali coloratissime, mi si posò delicatamente
sulla spalla. Mi facevano male le guance perché non avevo mai sorriso così tanto. Capii che entro
tre giorni avrei raggiunto quella donna e sarei partita con lei. D’altronde, non avevo granché da
lasciarmi alle spalle. Lo capì anche lei, o forse già lo sapeva. Non rimaneva che tornare al villaggio,
raccogliere le mie cose, dare le poche spiegazioni che mi avrebbero chiesto, e percorrere un’ultima
volta il sentiero sterrato verso il bosco. All’alba del giorno successivo, cominciammo il nostro lungo
cammino insieme, verso nord.”

(Roberta B.)

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