Storie di altri mondi

il bianco e il nero

Sono passati 20 giorni di viaggio, milioni di passi infilati uno davanti all’alto, infinite ore di boschi e scogliere a picco sul mare. La piccola comitiva di cui Marie-Ange fa parte ha cavalcato ininterrottamente tra i boschi, le spiagge e le scogliere che delineano la fine dell’Europa a Nord, lungo il canale della Manica.

Tutte le mattine, all’alba, e tutte le sere, appena tramontato il sole, la bimba ha visto la sua nuova maestra compiere gli stessi gesti, la fronte ben alta e gli occhi violaci puntati nel sole, accompagnati dalla stessa cantilena in quella lingua strana, che ora sa chiamarsi latino e che sta, via via, imparando a capire. Tutte le volte, dopo questo rituale – chiamato Parma Magica -, il mondo sembra sollevarsi un poco e guardare la piccola albina con occhi meno diffidenti. Tutte le volte, appena finito il rituale il bel cavallino morello torna ad essere un buon  amico, caldo e allegro.

Man mano che la strada si è consumata la nuova tutrice di Marie-Ange ha cominciato a spiegarle, a insegnarle cose, il latino in primis, l’amore e il rispetto per gli antichi dei in secundis. La piccola albina finalmente comincia a capire alcune cose. Sa, ora, che, in qualche modo, ha del sangue druidico – raramente in alcune persone delle vecchie terre celtiche ancora riappare – e che questo le ha donato quell’aspetto molto particolare e sicuramente il dono di interagire con il mondo in modo diverso dal normale, un dono che, se adeguatamente gestito e coltivato può portare a controllare la magia. Questo stesso dono però la permea di una innata sgradevolezza che è evidente a tutti i viventi. Il Parma Magica attenua questa sensazione negli altri lasciando in qualche modo filtrare meno magia sia  sua che quella convogliata verso di lei. Vista la fase storica e la non eccessiva tolleranza della Chiesa verso tutto quello che non è strettamente normale, le è stato spiegato, non potrà vivere in mezzo alla gente. Essendo stata, per sua fortuna, trovata da un mago (una maga in questo caso) prima che da un prete, avrà l’opportunità, per i prossimi quindici anni, di studiare per imparare a gestire il suo dono e poi, con qualche piccola condizione, sarà libera. L’alternativa, è evidente, sarebbe di girare da sola nei boschi, come l’anziana di Ploermel, finché a qualcuno non fosse di nuovo venuto in mente di chiamarla di nuovo strega fino a farla finire bruciata su un rogo.

Mentre per l’ennesima volta Marie-Ange rimugina su queste cose, improvvisamente la comitiva si discosta dalla via principale costiera e si inoltra per una stradina appena tracciata che risale un picco fiume, costeggiando il bosco. Qualche chilometro dopo i quattro cavalli si addentrano allegri nel bosco fitto, sino ad una dolina contornata di alberi. Al centro della dolina si innalza per un paio di metri una larga pietra piatta, incisa di segni. Il gruppo smonta da cavallo al limitar della dolina e, cavalli alla mano, la attraversa longitudinalmente sfiorando il grande masso. Marie-Ange fissa silenziosa i segni fitti e, quando alza lo sguardo, dall’altro lato della dolina stessa, nascoste tra gli alberi, nota alcune piccole casette di legno, brulicanti di vita umana e animale.

Sul limitare della traccia di sentiero, davanti alle case, aspetta un bambino, che saluta con gran gesti delle mani. Il ragazzino ha una tunica lunga, molto simile a quella che porta Marie-Ange, diversa solo nei colori. Ha chiaramente qualche anno più dell’albina, non è altrettanto minuto, e soprattutto è tanto scuro quanto Marie-Ange è chiara. Ha strettissimi ricci color del carbone, una pelle lucida simile all’ebano di alcune statue e grandi, immensi occhi nerissimi.

Per quanto ormai il piccolo nero si sia abituato ai colori degli europei, la vista dell’albina lo sconvolge e lo incuriosisce. Marie-Ange lo fissa seria, gli si avvicina decisa, e gli si para davanti. Piantandogli il dito indice della mano sinistra dritto al centro della pancia inclina la testina biondissima e chiede:

“Chi sei tu?”

E, non ottenendo risposta alle sue parole francesi, replica in latino:

Quis tu?”

“Solongo” 

Risponde lui tentando un sorriso poco convinto – quella bambina continua a ricordargli troppo la descrizione degli spiriti dei morti che tornano per vendetta dal regno dei leoni.

“Et tu?”

“Marie-Ange, Maria Angelus”

Solongo pensa che sia un nome ben strano, Angelus, da dare ad una creatura con un’aspetto così mortifero.

I bambini restano a guardarsi a lungo, in silenzio, come se tenessero un lungo dialogo muto. Ognuno mastica il suo stupore e le sue perplessità, non osando – o non sapendo – far venire al mondo le tante domande che gli affollano la mente. Poi si avviano insieme verso alla capanna che è stata riservata per i loro alloggi. Marie-Ange deve trasferire le sue poche cose e a Solongo è stato dato il compito di farla sentire a casa. E quando cominciano a parlarsi, tra l’ilarità generale, lo fanno mischiando gesti, francese, un qualche dialetto africano ed una buona dose di ridicolissimo e stentato latino.

(.continua…)

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