kendo & jappy

Giocare alla guerra, per vivere in pace.

Io ho la tendenza a fissarmi su un problema filosofico e a girarci intorno in cerchi sempre più stretti che, alla fine, o fanno saltar fuori una risposta oppure diventano così involuti, così ripetitivi, da essere pericolosi per la mia salute mentale” Pirsig – Lo zen e l’arte della manutenzione della bicicletta.

Per ognuno di noi il kendo è qualcosa di differente, al di là di ciò che formalmente si dice. Certo il kendo è, oltre che uno sport, una filosofia, se si vuole andare ad indagare, come lo sono molte altre arti marziali e discipline orientali in genere. Ma se ti fermi a parlare di kendo con chi il kendo lo pratica, ad un qualche livello, scopri che ognuno di noi ne ha la sua personalissima versione e che, per ognuno, il kendo ha un ruolo definito e specifico.

Io sono una di quelle persone che non si sanno lasciare stare. Ho una buona dose di energie fisiche e mentali e una testolina bacata, che tende a dissezionare in avanti e a ritroso tutto quello che incontra: persone, eventi, libri, lavoro… Insomma ho sempre qualcosa che macina in testa, spesso, specie se le risposte non affiorano e le ragioni non vengono a galla, il macinio è infinito, autoreferenziato, ridondante. A forza di riflettere, riflettersi, spesso e volentieri finisco in un vortice di frustrazione. Non mi so dar pace della vita costretta che meniamo in giro, degli atteggiamenti contorti delle persone, del generale qualunquismo dilagante.

Nel kendo invece le situazioni sono ‘diritte’. Non si bara, non si scappa. Uno contro uno (o uno con uno, a seconda di come volete vederla), testa alta, e via andare. Ma soprattutto il kendo è l’apoteosi del ‘qui e ora’. Tieni la testa ben concentrata sul momento presente – se vuoi uscirne vivo -, per il resto non c’è spazio. Il kendo mi ferma la testa, e, per un buffo rincorrersi di opposti, mi schiarisce le idee.

Poi, poi, c’è il piacere delle cose materiali, dei gesti ripetuti, dei piccoli rituali. Piccoli elementi superflui ma di godimento profondo, rassicuranti come un caldo piumino d’oca in una notte di neve. Ti vesti, prepari l’armatura, controlli lo shinai, saluti, indossi il bogu e poi via, tutto al contrario, ripetendo – maldestramente – quei gesti che chissà da quanti anni si ripetono immutati, piccole tracce di una eternità immanente. Il ciclo del mondo mimato in un millionesimo del suo tempo: montare e smontare, nascere e morire, tutte le volte nello stesso modo, volta dopo volta. Attimi di eternità.

Infine, tutt’altro che ultimo – e per me di certo non il meno importante – aspetto, il kendo è un trasformatore di energia. Prende le mie energie più oscure e più opache, le concentra in un unico blocco e magicamente le trasforma in gioco, nell’energia che serve per fissare negli occhi qualcuno, da dietro la grata di metallo, e chiedergli per l’ennesima volta:

Giochiamo?

 

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